Smetto Quando Voglio - Masterclass, dove eravamo rimasti?

La banda è pronta a nuove 'stupefacenti' avventure: in attesa di Masterclass, ecco i motivi del successo del film diretto da Sydney Sibilia con Edoardo Leo

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Roma. Prime luci dell'alba. Due netturbini in forza all'Ama che dissertano sulla Critica della ragion pura. Una scena grottesca, per certi versi romantica, che avrebbe ingolosito un regista come Federico Fellini, sempre attento alle aberrazioni della società dei consumi. I netturbini filosofi, a cui dedicheranno un articolo di giornale, destano la curiosità del regista salernitano Sydney Sibilia. Nasce Smetto Quando Voglio, rocambolesca action comedy che narra la storia di un gruppo di precari da 110 e lode. Latinisti, massimi esperti di chimica computazionale, assi della macroeconomia dinamica: le migliori menti in circolazione ridotte ai margini della società, uomini brillanti costretti ad arrabattarsi nei modi più squallidi, chi rinnegando il proprio titolo di studio chi venendo sfruttato da un benzinaio bengalese. "Versano nella più totale indigenza" (è il caso dell'archeologo Arturo Frantini, impersonato da Paolo Calabresi), questi nerd sulla quarantina. A trasformarli da ricercatori a ricercati ci pensa il neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo), sbattuto fuori dall'Università per mancanza di fondi. La banda dei laureati mette a punto una sostanza psicotropa sintetica perfettamente legale con cui inonda il mercato della droga. Un successo strepitoso di critica e pubblico, che battezza il talento puro dell'esordiente Sibilia e consacra definitivamente Leo. Tre anni più tardi è il turno del sequel, Smetto Quando Voglio - Masterclass. Ma quali sono i segreti di una saga tutta da ridere?

Grata rerum novitas, ovvero Gli Insoliti Sospetti

Sydney Sibilia fotografa e distorce - con i filtri applicati da Vladan Radovic che saturano ogni inquadratura - l'Italia del precariato. Ne viene fuori il ritratto bizzarro di una generazione di falliti, tutti rigorosamente tra i 30 e i 40 anni, che non ci sta e si ribella al sistema, uscendo fuori dall'anonimato di una misera esistenza nel modo più paradossale possibile: dandosi al crimine. Ecco che rispettati accademici, la cui routine quotidiana consiste in partite a poker in campi rom oppure nel lavare i piatti in un ristorante cinese, teorizzano una molecola che permette loro la produzione e lo spaccio di una smart drug in grado di eludere i parametri di controllo delle forze dell'ordine. Smetto Quando Voglio fin da subito sgombra la strada da ogni velleità di pellicola custode di un messaggio sociale (che pure c'è). La vocazione è quella dell'intrattenimento tout court, alimentato da un ritmo strepitoso, da una soundtrack azzeccata e dall'alchimia "stupefacente" venutasi a creare tra i protagonisti: Leo, Stefano Fresi, la "banda Boris" (Valerio Aprea, Paolo Calabresi e Pietro Sermonti), Libero De Rienzo e Lorenzo Lavia sono irresistibili nelle vesti di "batteria di delinquenti" modellata sulla falsariga dei boss di Romanzo criminale e sul team di Ocean's Eleven. La pellicola si palesa quindi come un ibrido che coniuga la commedia all'italiana con lo stile delle serie tv, su tutte Breaking Bad e The Big Bang Theory.

Una regia da Masterclass

Cosa ha convinto Fandango e Rai Cinema a trasformare la pellicola del 2014 in una saga ambiziosa che ha in Smetto Quando Voglio - Masterclass e in Ad Honorem (titolo svelato durante l'anteprima stampa del secondo capitolo) gli step successivi all'originale? Sicuramente l'estro di Sibilia, che all'esordio ha mostrato di saperci fare sul serio. Non fatevi ingannare dalla leggerezza dei toni di SQV: il film contiene soluzioni di regia e sceneggiatura notevoli. Basti pensare ai diversi piani-sequenza che Sibilia si diverte a girare o all'utilizzo di un drone per le riprese esterne (lo si nota nella prima sequenza in cui viene immortalata in time-lapse una Roma notturna prima e irradiata dai primi raggi del sole poi). La fotografia di Radovic si sposa poi alla perfezione con la maniacalità con cui il regista salernitano partecipa a confezionare la scenografia: una ricerca continua del colore acido, dell'elemento vivace, frizzante. Un esempio? Nella ormai scena cult in cui Sermonti rinnega il proprio background accademico dinanzi al titolare di uno sfasciacarrozze, la vettura sullo sfondo di colore rosso era in realtà grigia. Lo switch cromatico, che durante le riprese ha messo a dura prova la troupe, contraddistingue anche la scena in cui Leo e Fresi conversano nel ristorante cinese. Sullo sfondo si intravede un secchio di colore blu che, come potete intuire, blu non era affatto in origine. Dettagli, particolari a prima vista insignificanti, che invece denotano un'idea ben chiara di cinema, duplice sotto certi aspetti: accecare il polveroso cinema italiano e distorcere la realtà per "drogare" visivamente lo spettatore, facendogli vivere un'esperienza da sballo. Quanto alle soluzioni narrative, poi, basterebbe citare i diversi twist del film o le scene entrate a far parte già dell'immaginario comune (il riferimento è all'esilarante rapina in farmacia). Torneranno gli elementi cari al cinema di Sibilia anche nel sequel Smetto Quando Voglio - Masterclass, che premerà ancora più a fondo sul pedale dell'action.

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