Speciale Pecore in Erba: il regista si racconta allo IULM

Durante la masterclass moderata da Marco Spagnoli sull'incontro tra web e cinema, Alberto Caviglia, regista di Pecore in Erba, racconta la sua esperienza con la pellicola e le difficoltà di distribuzione.

speciale Pecore in Erba: il regista si racconta allo IULM
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Alberto Caviglia si ritrova a essere risucchiato da quello che è il problema del cinema italiano odierno: la cattiva distribuzione, figlia a sua volta di quelle che sono le problematiche delle sale indipendenti e dei multisala, schiave degli incassi. Trovare una soluzione non è facile, ma intanto la sua storia la racconta: «Il mio film è stato distribuito per poco tempo, sinceramente. Non è rimasto molto al cinema, qui a Milano è rimasto per una sola settimana per esempio. Era un film molto particolare, un mocumentary, quindi né l'uno né l'altro. Racconta la storia di un ragazzo antisemita: un lavoro particolare dal punto di vista della scrittura, anche molto creativo. Tutta l'idea ruota intorno al ribaltamento, a come ho cercato di affrontare il tema dell'antisemitismo. Tutti gli approcci presi nel corso del cinema, ma anche nei giorni nostri, non aggiungevano nulla al tema, quindi mi son detto "perché non fare un'operazione anomala, andando nella direzione opposta parlando di un antisemita come se fosse un eroe e inserirlo in una società dove questo sia la normalità e non qualcosa di negativo?". Alla base di scrittura di questo progetto c'era un'idea abbastanza forte e molto provocatoria, che spingeva un tema così delicato in un terreno assolutamente inesplorato, rispetto a questa tema, che è quello della satira. La scelta del genere è stata abbastanza immediata perché da un certo punto di vista è un genere che non trovo eccessivamente interessante, ma vedevo che si sposava perfettamente con l'idea che avevo in testa. Devo dire che la struttura del film in realtà è piena di contaminazione, sia da altri generi che da diversi registri di comicità che a un certo punto ho provato a unire per raccontare in maniera sempre più paradossale la storia di questo "antisemita modello"».


Trovare spazio

Alla masterclass è presente anche Andrea Sartoretti, che tra Boris, Romanzo Criminale e ACAB di televisione ne ha fatta: per lui la soluzione potrebbe essere quella di costringere i multisala a gestire nove delle dieci sale a propria disposizione e tenere nella decima un film indicato dallo Stato, che potrebbe intervenire supportando l'eventuale perdita al botteghino. Una proposta leggermente utopistica per la nostra attuale condizione, che ci permetterebbe, se così potesse realmente funzionare, un sistema che nella cultura investe davvero tanto, supportando le grandi catene. In ogni caso, però, Caviglia è concentrato sul proprio progetto, sulle proprie idee e continua raccontando come è nato Pecore in Erba. È burrascosa, nasce all'improvviso, senza programmazione, e per quanto sia diventata l'opera prima del regista non è sicuramente quella che sperava di poter definire così: «Ho lavorato per circa dieci anni come assistente alla regia, anche con Ozpetek, poi mi sono messo a scrivere perché l'intento era quello di esordire con un film: è successa una storia particolare, perché ho iniziato a scrivere la sceneggiatura sulla quale ho lavorato quattro anni, speravo diventasse la mia opera prima, però ho trovato dei produttori interessati a realizzarla, ho ottenuto i finanziamenti ministeriali, ho iniziato il casting di questo progetto pur non avendo tutti i soldi a disposizione per realizzarlo: tutti pensavano di poterlo trovare in corso d'opera, ma senza riuscirci abbiamo dovuto fermarci e rimandare il film all'anno successivo, probabilmente».

«Ci sono rimasto male, ma ho continuato a lavorare, vedevo che l'entusiasmo veniva a mancare perché non trovavano i soldi mancanti e l'estate scorsa mi è venuta l'idea di Pecore in erba. Quindi ho pensato di fare un cortometraggio, realizzando un soggetto che nel giro di una settimana è diventato il trattamento di un mediometraggio: il mio produttore quindi mi chiese di fare un film su questo, vanificando il lavoro dei quattro anni precedenti. In un mese abbiamo realizzato tutto, una cosa particolare perché ho scritto tutto in pochissimo tempo e ho sviluppato in altrettanto poco tempo. Man mano il produttore ha iniziato la preparazione, quindi da agosto a gennaio siamo partiti e ad aprile le riprese: in estate il montaggio e a settembre eravamo nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia».
Infine, la chiusura sulle possibilità che offre il web, avendo accanto a sé anche gli youtubers di Nirkiop, arrivati al successo tramite la rete: «Le web serie mi interessano moltissimo, è chiaro. La mia prospettiva per il futuro immagino possa cambiare moltissimo: il mio desiderio però per adesso è continuare a fare cinema e non penso che aver fatto un'opera prima, della quale la critica ha parlato comunque bene, sia una garanzia per fare un secondo film. Non la vedo così facile come fare il primo e soprattutto questo primo film, a maggior ragione per il fatto che non ha avuto un grande pubblico, mi ha comunque insegnato tante cose e mi ha creato un'esperienza che spero di poter spendere in maniera utile per il futuro, sto parlando anche di caratteristiche che un progetto deve avere, al di là di quanto sia intellettuale o commerciale per attirare pubblico ed essere appetibile. In questo momento sto iniziando a pensare a qualche altra storia, so benissimo che non sarà facile, il web mi interessa, anche se per il momento punto a restare nel cinema per un secondo film. Vedremo che accadrà. Sto scoprendo adesso cosa significa realizzare un film e sto scoprendo anche cosa significa che il film una volta fatto ha una vita postuma, come l'uscita nelle sale, che consiste anche nel farsi il giro dei vari Festival che ti ospitano e farlo arrivare anche in altri Paesi. Da pochi giorni si parla di una probabile o quasi sicura distribuzione in Francia, in primavera, e non vi nascondo che è una cosa bellissima. Perché teniamo in vita un progetto che sembrava avesse esaurito la sua vita nelle sale».

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