Non solo Trainspotting: 5 cult 'tossici' da riscoprire

In occasione dell'uscita del sequel del film di Danny Boyle, gettiamo uno sguardo (allucinato) a 5 film stupefacenti che hanno fatto la storia del genere

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Quando, con Trainspotting, pensavamo ormai di esserci lasciati alle spalle gli incubi gattonanti e i deliri da overdose di Renton, Sick Boy e compagni, quando eravamo ormai sicuri che la paura dell'AIDS, dello sguardo omicida di Begbie, o del Bagno Peggiore della Scozia fossero solamente un brutto ricordo, ecco tornare il buon Danny Boyle a scagliarci, ancora una volta, dritti nel tunnel di T2 Trainspotting e nella fascinazione mai sopita per quel mondo di eccessi, deliri e tanta, troppa droga. Da sempre il cinema ha avuto un occhio di riguardo per queste pellicole dalla percezione distorta, (dis)avventure lisergiche di outsider e antieroi costantemente in bilico tra l'epopea grottesca e la tragedia più assoluta, regalandoci, spesso e volentieri, veri e propri cult. Dall'apoteosi disperata del Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, a cult acidi e stranianti come Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam, passando per l'allucinazione perversa del Cronenberg de Il pasto nudo: non sono state poche le opere che si sono guadagnate (a torto o a ragione) un posto speciale nel nostro immaginario. Quale miglior modo, allora, per celebrare il il sequel con Ewan McGregor se non rendendo omaggio ai film di questa degenerata famiglia, con un occhio di riguardo a quelle pellicole che, attraverso l'irruenza di un incubo a occhi aperti, ne hanno saputo catturare il senso di ebrezza e l'essenza distruttiva? Le ragioni di questo speciale? Chi ha bisogno di ragioni quando ha questi cinque film "tossici" da vedere e rivedere?



The Trip

1967. Quando le Porte della percezione non si aprivano solo per Jim Morrison e la Summer of Love era ben più di una fantasticheria da hippy nostalgici, il super prolifico Roger Corman - coadiuvato da un giovane Jack Nicholson alla sceneggiatura e dall'interpretazione di un Peter Fonda di lì a poco destinato a divenire il mitico Capitan America di Easy Rider - metteva in scena una Alice nel Paese delle Meraviglie a base di LSD, dando forma ai sogni e agli incubi di un'intera generazione. Tra luci, distorsioni, deliri caleidoscopici e Dennis Hopper, The Trip (noto anche come Il serpente di fuoco) apriva definitivamente la strada alla sperimentazione visiva e a un cinema coraggiosamente capellone e "alterato".


L'uomo dal braccio d'oro



"Fly me to the Moon" avrebbe cantato il Frank Sinatra protagonista del capolavoro di Otto Preminger (1955), se solo non fosse rimasto troppo stordito dall'ultima botta di morfina. Un noir dolente, quello del regista austriaco naturalizzato statunitense, dove la voglia di riscatto dello sfortunato giocatore di poker Frankie Machine si alterna alle sue drammatiche ricadute nel vizio, mentre la macchina da presa - inesorabile e spietata - si avvicina sempre più, fotografando l'estasi colpevole di uno dei primi e più memorabili tossici della storia del cinema.


Drugstore Cowboy

C'è tutto quello che chiederebbe una storia di droga e perdizione come si deve in questo film giovanile e disperato di Gus Van Sant: una vita violenta fatta di furti e dipendenze, una danza continua tra dramma e ironia, un protagonista - Matt Dillon - perfetto, e una manciata di soluzioni visive inventive e visionarie, fatte di lenti, riflessi, distorsioni. E William S. Burroughs, enorme e memorabile, nella parte di un prete. Più di così...

Enter The Void


Mai pago di provocare e sconvolgere - spesso e volentieri per il puro gusto di farlo - Gaspar Noé, dall'alto della sua megalomania (c'è chi dice paragonò il film a 2001: Odissea nello spazio), supera se stesso in quest'opera fiume ai limiti del rappresentabile. Un'unica (o quasi) e infinita soggettiva metafisica dove la droga si fa allucinata traghettatrice nel viaggio dalla vita alla morte di un giovane spacciatore di Tokyo, tra echi del Libro Tibetano dei Morti, luci al neon imperanti e movimenti di macchina a dir poco arditi (l'obiettivo entra persino dentro un utero). A suo modo, un inevitabile (s)cult degli anni duemila.


A Scanner Darkly

La discesa negli inferi della dipendenza di un agente della narcotici infiltrato era il modo per Philip K. Dick di parlare del suo tempo e del consumo sempre più massivo di sostanze stupefacenti. Richard Linklater, con A Scanner Darkly riprende gli intenti e la distopia paranoide del romanzo, guardando all'oggi (siamo nel 2006) e a una società repressiva e ossessionata dalla sicurezza. Il risultato è un dramma straniante che mischia realtà e allucinazione, impreziosito dalla tecnica del rotoscopio (animazioni "ricalcate" su pellicola), da un cast di eccellenze (da Keanu Reeves a Winona Ryder, da Woody Harrelson a un Robert Downey Jr. come al solito sopra le righe), e da almeno una sequenza memorabile, in cui il vero terrore non è morire per mano della micidiale "sostanza M", ma finire in un limbo dove un essere alieno legge da una lista infinita i tuoi peccati masturbatori. Per l'eternità.





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