Kirsten Dunst: la forza dietro la fragilità dalle Vergini Suicide a L'inganno

Musa di Sofia Coppola, che l'ha voluta anche nel suo ultimo film L'Inganno, l'attrice ha dimostrato di sapersi muovere nel cinema che conta.

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Kirsten Dunst sta invecchiando, ma non prendetela come un'affermazione negativa. Al contrario, per ogni piccola ruga che le si forma sul viso lei diventa sempre più bella, i contorni sempre più morbidi e burrosi, gli occhi sempre più gentili e meno severi. Durante lo scorso Festival di Cannes, presentando insieme alle biondissime Nicole Kidman, Elle Fanning e a Sofia Coppola L'inganno (del rapporto con la regista ne riparleremo in avanti), ha sfilato con grazia sul red carpet dentro un abito turchese che le metteva in risalto le forme generose e un sorriso dolce, tanto delicato da trasformarsi in una visibile commozione (lo testimoniano i numerosi scatti dei fotografi accorsi al Palais quel giorno); una diva faceva il suo ingresso nel paradiso dei veterani sfoggiando senza vergogna i segni di una nuova femminilità - tra cui anche la delicatezza di un pianto davanti a mille persone - radiosa come non mai. Kirsten è diventata grande. La bambina prodigio, l'adolescente irrequieta e tormentata, la fidanzatina d'America, la ragazza romantica, e ora la donna forte, inattaccabile, consapevole dei propri mezzi, l'attrice raffinata, che si lascia dietro i ricordi di una carriera iniziata prestissimo attraversando ogni genere di film e ogni tipologia di personaggio. "In questo ambiente devi imparare a essere saggio, perché tutto dipende dalle scelte che operi: il giudizio della gente, l'opinione che questa si fa di te. E io sono fiera delle mie scelte, nessuna esclusa".

Crescere sul set

Kirsten Dunst è letteralmente cresciuta sul set: a tre anni era già in scena, per uno sketch del Saturday Night Live, a otto recitava per Brian De Palma al fianco di Tom Hanks in La fiera delle vanità, a dodici dava il suo primo bacio a Brad Pitt - ironia della sorte - in Intervista col vampiro di Neil Jordan. Tempra d'acciaio e predisposizione all'arte, forse ereditati dal papà Klaus, medico tedesco, e dalla mamma Inez, gallerista, sono doti innate che le sono servite per farsi strada tra centinaia di concorrenti. Alcune di certo più graziose e plastiche (per far felici i produttori a Hollywood) ma non originali come la bionda attrice originaria del New Jersey. E se la vita riserva sempre un po' di fortuna agli audaci, è l'incontro con Sofia Coppola ad averle tracciato il sentiero definitivo, che poi coincide con il suo vero "coming of age" cinematografico: nel 1999 esce nelle sale Il giardino delle vergini suicide, pellicola d'esordio della giovane regista tratta dal romanzo omonimo di Jeffrey Eugenides, un miracolo di comprensione dell'universo adolescenziale che unisce l'estetica femminile allo sguardo tragico e malinconico sulle vicende raccontate. C'è poi tutto un discorso appena accennato e sospeso in una dimensione quasi sognante sulla scoperta della sessualità, spiegato grazie al personaggio di Lux Lisbon (una delle sorelle suicide) che la Dunst interpreta senza veli, pericolosamente seducente e fastidiosamente ammiccante. "È stato come perdere la mia verginità, ma attraverso la lente di Sofia" ha raccontato in una recente intervista, "Non c'era niente di grottesco, anche se ciò che facevo mi disgustava e i modi di Lux mi mettevano a disagio. Sofia ha aperto la porta della mia tranquillità".


Kirsten e Sofia, un sodalizio lungo vent'anni

(Attenzione, presenza di spoiler a proposito de L'Inganno) Il sodalizio con Sofia Coppola dura da circa vent'anni e le due formano uno straordinario duo femminile in un'industria dominata da coppie maschili (DiCaprio-Scorsese, Hanks-Spielberg, Depp-Burton). Caso rarissimo degno di attenzione, soprattutto quando alla stima professionale corrisponde un affetto senza paragoni che ha radici molto profonde nell'anima di Kirsten. "Ai tempi de Le vergini suicide io avevo sedici anni, lei 27. Al provino ero nervosa, si trattava del mio mio primo ruolo adulto...e poi è successa una cosa strana che non dimenticherò mai: Sofia mi disse che adorava i miei denti (imperfetti, un po' storti sul davanti) e che non avrei mai dovuto sistemarli perché ero bella così. L'anno seguente mi presentai ai casting per Spider-Man e un produttore mi disse esattamente il contrario, che avevo bisogno di un dentista. Sofia mi ha dato fiducia nelle piccole cose che da sola non avrei capito ed ha sempre esercitato una grande influenza su di me come artista e come donna". Da parte sua invece, la Coppola non ha problemi nell'abbracciare questo spirito guida confessando di sentirsi "un po' come la sorella maggiore", e l'occasione si è presentata proprio sul set del loro ultimo film insieme dove la Dunst veste i panni di Edwina Morrow (l'educatrice del collegio gestito da Miss Martha durante la guerra civile americana). Attratta dal caporale John McBurney (Colin Farrell), la giovane donna viene da lui abusata sessualmente in una scena assai delicata per l'equilibrio della trama, uno snodo narrativo ed emotivo importante che la Coppola ha deciso di trattare con particolare cura assicurandosi che Kirsten fosse a suo agio. "Non era nello stile di Sofia, lo so, era imbarazzata per me ed è buffo perché lei è la regista! Così abbiamo battuto pochissimi ciak, quel giorno la troupe era ridotta al minimo e io e Colin abbiamo tenuto i costumi addosso".

Edwina, eroina vendicativa ne L'Inganno

Come è spesso accaduto nella lunga carriera dell'attrice, i punti in comune tra il personaggio e chi lo interpreta sono limitati se non del tutto assenti, e quello di Edwina non ha fatto eccezione. "Una succube dei poteri alti, repressa ma con tanta rabbia dentro di sé" così la racconta benevolmente Kirsten, "Con lei ho attraversato un bellissimo arco narrativo, è come se alla fine si vendicasse di tutti i torti subiti tramite il caporale McBurney. Per questo io e Sofia non volevamo romanticismo ma qualcosa di scioccante per il pubblico". Quanto più possibile distante dal suo carattere deciso e indipendente, Edwina rivela infine un elemento di contatto, "Perché sarebbe me nella versione peggiore, che lavora ad un film che non la rappresenta. Avrei voluto sgridarla, dirle di fuggire da quella casa". In effetti lo spettro di un'angoscia inibita si rifà vivo ancora oggi, nel ricordo di una depressione presto arginata (nel 2008) e di scelte infelici, eppure il presente di Kirsten sembra cullarla in uno stato di grazia assoluto: dal 2010 lavora con una acting coach e terapista, Greta Seacat, che ha radicalmente cambiato il suo approccio alla recitazione, "molto più rilassato perché dipende solo ed esclusivamente da me. Non devo piacere agli altri ma a me stessa. Arrivo sul set preparata e non ho bisogno di nulla, talvolta neanche di essere diretta. Mi sento forte e girare film mi aiuta a sbarazzarmi di tutto il veleno di questo ambiente".

Non ci siamo dimenticati di Ragazze nel pallone, né della sua Mary Jane nella trilogia di Spider-Man di Sam Raimi (l'ultima vera ragazza della porta accanto da amare incondizionatamente), come è impossibile non ricordarla in Mona Lisa Smile, o in Elizabethtown (quando petulante ci faceva innamorare della vita e della musica on the road); nel mezzo sono arrivati la Palma d'oro a Cannes per Melancholia, i fischi all'incompresa Marie Antoinette pop di Sofia Coppola, l'adorabile Peggy Blumquist nella seconda stagione di Fargo ("La tv è qualità e ruoli migliori per le donne"), e nel futuro una miniserie con Yorgos Lanthimos e forse, se troverà i finanziamenti, il debutto dietro la macchina da presa. Kirsten Dunst è (davvero) diventata grande.

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