Into the Storm, in prima tv il disaster movie di Steven Quale

Una piccola cittadina dell'Oklahoma è minacciata da una serie di devastanti tornado in Into the storm, found-footage disaster movie.

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Sono passati oltre vent'anni dall'uscita del seminale Twister (1996) di Jan de Bont, ad oggi ancora il più solido film di genere incentrato sulla caccia ai tornado che ogni anno devastano gli Stati Uniti. Nel 2014 un altro film ha provato ad inserirsi in questo sottofilone dei disaster movie, mai eccessivamente sfruttato se non in occasioni goliardiche (come nei vari Sharknado), scegliendo di utilizzare la forma del found footage per raccontare le vicende dei vari protagonisti alle prese con le distruttive forze della natura: Into the storm, esplicativo già dal titolo, ci trasporta a Silverton, una piccola cittadina dell'Oklahoma, dove è prossima ad arrivare una tempesta di dimensioni epocali. Mentre si sta per tenere la classica festa di fine anno scolastico, con tanto di consegna dei diplomi, un team di cacciatori di tornado si trova in zona per immortalare il fenomeno, che giunge con una potenza ben al di sopra di ogni possibile previsione.

Nell'occhio della tempesta

E' evidente lo spirito da b-movie che si palesa nella costruzione della sceneggiatura e della rispettiva caratterizzazione dei personaggi che, seppur discretamente sfumati, si aggrappano ai tipici stereotipi del genere: il cacciatore di tornado pronto a tutto pur di immortalare il gigantesco vortice, il padre che cerca di salvare il figlio adolescente rimasto intrappolato insieme ad una bella coetanea, la meteorologa divorziata che sente la mancanza della figlia e così via. Into the storm (in onda stasera, domenica 27 agosto, alle 21.15 su ITALIA1 in prima tv) non brilla quindi per acume narrativo, con uno svolgimento che segue tutte le linee guida prima dell'inevitabile tour de force finale, in cui gli effetti speciali giocano un ruolo predominante ai fini dell'impatto visivo. E se lo spettacolo regala comunque un discreto coinvolgimento, a rendere l'operazione eccessivamente forzata è ancora una volta l'uso del found footage, con le scene quasi sempre riprese da videocamere a mano o di video-sorveglianza anche nei momenti meno opportuni, penalizzando del tutto la verosimiglianza del racconto. Il regista Steven Quale, al secondo film dopo il discreto Final Destination 5 (2011), gioca discretamente le carte della suspense ma si ha sempre l'impressione che il lieto fine sia dietro l'angolo, con tanto di gesta di eroico sacrificio e bandiera americana sventolante nel prevedibile epilogo. Fortunatamente le discrete performance del cast, comprendente anche il Richard Armitage della trilogia de Lo Hobbit, riescono a creare un minimo coinvolgimento empatico capace di nascondere almeno in parte le diverse ingenuità e debolezze strutturali dell'operazione.

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