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Il grande Lebowski, in prima serata il cult dei fratelli Coen

Jeffrey Lebowski, detto Drugo, si trova coinvolto in un caso di rapimento con riscatto in Il grande Lebowski, commedia cult firmata dai fratelli Coen.

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"È bello sapere che lui è in giro, "il Drugo", che la prende come viene, per noi peccatori.": la perfetta concentrazione nel monologo finale del personaggio narrante di Sam Elliott sottolinea appieno l'importanza de Il grande Lebowski, perché parafrasandolo parzialmente "è bello sapere che un film così è in circolazione da quasi vent'anni per noi cinefili". E' infatti il 1998 quando i fratelli Coen danno alla luce una delle commedie più spiazzanti non solo degli anni '90, generando un'opera inizialmente incompresa ma poi diventata oggetto di culto per critica e pubblico tanto da entrare di diritto nell'immaginario comune di chi ama il cinema, grazie ad una storia surreale popolata di personaggi variopinti ed irresistibili a cominciare, naturalmente, proprio dal protagonista. Alcolizzato (il white russian è il suo cocktail preferito), disoccupato e sempre in bilico tra una sardonica follia e lampi improvvisi di genio, il Drugo è una figura impossibile da non amare fin già dalla sua prima entrata in scena in cui firma un assegno per saldare un conto da 69 centesimi al supermercato. Un personaggio nullafacente, appassionato di bowling e intento a bighellonare tutto il giorno, che si ritrova coinvolto in un contorto intrigo inerente il presunto rapimento della bella "moglie-trofeo" di un ricco uomo d'affari, il quale lo assume come corriere per pagare l'ingente riscatto. Un incipit inizialmente semplice che ben presto si complica su più strade narrative e in cui gli improbabili colpi di scena vengono architettati con chirurgica precisione narrativa in un tourbillon esilarante e senza freni che ha luogo nelle due ore di visione.

"Questo non è il Vietnam, è il bowling: ci sono delle regole"

Una commedia degli eccessi che dietro le sue prorompenti stramberie nasconde una raffinatezza stilistica e di scrittura di assoluto livello, capace di armonizzare gag e battute con grazia nella gestione delle numerose figure secondarie e di contorno, in cui spicca nei momenti più comicamente fisici la bonaria possanza dell'amico fraterno Walter, reduce dal Vietnam dall'arrabbiatura facile che dà vita ad alcuni dei siparietti più ironicamente riusciti del racconto. Racconto popolato da numerosi sussulti onirici nei passaggi in cui il Drugo si ritrova svenuto o sotto effetto di droghe per i più svariati motivi, citanti sia il mondo del musical che influenze psichedeliche ed ennesimo elemento di varietà di una narrazione sempre in grado di sorprendere con ispirati giochi di prestigio registico che speziano di innumerevoli atmosfere il cuore pulsante di una storia dalle mille evoluzioni. Ed è una colonna sonora d'impatto e sempre omogenea alle immagini a trainare ulteriormente il viscerale impatto di questo atipico mix di generi, in cui western urbano, noir e commedia dell'assurdo vengono ibridati e ammodernati in un cocktail esplosivo di lucida e magnetica follia surrealista in cui anche il dramma della perdita, seppur con tonalità amaramente parodiche, fa la sua comparsa nella "resa dei conti" finale. Il grande Lebowski (in onda stasera alle 21 su IRIS e disponibile su Netflix) non avrebbe però probabilmente avuto lo stesso impatto senza le perfette scelte di casting, e così come è difficile immaginare un Drugo senza il volto stralunato di un gigantesco Jeff Bridges allo stesso modo è impensabile pensare ad un altro attore nei panni di Walter: John Goodman, assoluta co-star, insieme a interpreti del calibro di Julianne Moore, John Turturro, Steve Buscemi, Ben Gazzara, Philip Seymour Hoffman e Peter Stormare, regalano il giusto mix tra physique du role e vis comica, diventando molto più che dei semplici comprimari dell'amabile protagonista.

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