Speciale Fantafestival 2012 - Panoramica Italia

Gli orrori tricolori del XXXII Fantafestival!

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Come ormai avviene da quel sempre più lontano inizio degli anni Ottanta, la programmazione del Fantafestival, al di là dell'infinità di inediti provenienti da diverse nazioni del mondo, non ha affatto lasciato a desiderare per quanto riguarda i titoli italiani in cartellone.
Infatti, oltre a riservare notevole spazio a mediometraggi e short nostrani (tra cui il dittico-omaggio a Star wars costituito dai volumi 0 e 1 di Dark resurrection) nella sezione Fantacorti, la manifestazione ha proposto non pochi lungometraggi tricolori, spazianti dai prodotti semi-amatoriali a quelli un po' più professionali.
Infatti, sorvolando sulla rassegna di vecchie pellicole tenutasi presso la Sala Trevi, dove c'è stato modo di rivedere, tra gli altri, L'etrusco uccide ancora (1971) di Armando Crispino, Profondo rosso (1975) di Dario Argento e Ladri di saponette (1989) di Maurizio Nichetti, in mezzo ai titoli più recenti che sono passati sugli schermi della Casa del cinema abbiamo avuto 6 giorni sulla Terra (2011) di Varo Venturi, accompagnato da dibattito con spettatori sull'ufologia, End roll (2011) di Daniele Misischia e Giacomo Gabrielli, ovvero una sorta di risposta italiana - ma piuttosto amatoriale - al chiacchieratissimo Paranormal activity (2007), e W Zappatore (2011) di Massimiliano Verdesca, su un chitarrista di una band metal satanista alle prese con una stigmate (!!!)
Senza contare il fanfilm Dylan Dog - La morte puttana (2012) di Denis Frison e il collettivo P.O.E. - Poetry of Eerie (2012), per i quali, però, vi rimandiamo alle apposite recensioni qui sul portale.

Inside

Rispettivamente con le fattezze di Marco Pancrazi e Francesca Veronica Sanzari, Marco e Sara sono una giovane coppia borghese in crisi che, una notte, riceve la sgradevole visita da parte di due pericolosi criminali mascherati.
Quindi, con questi ultimi due che fanno la loro entrata in scena rispecchiando in un certo senso delle figure spettrali, un po' come accaduto in The strangers (2008) di Bryan Bertino e Funny games (1997) di Michael Haneke, è da una situazione alla Arancia meccanica (1971) - ma destinata a richiamare alla memoria non pochi fatti di cronaca nostrani d'inizio XXI secolo - che parte il lungometraggio diretto da Daniele Misischia (già citato nell'introduzione a questo speciale), efficacemente immerso nel viraggio seppia e destinato a prendere tutt'altra piega man mano che i fotogrammi avanzano.
Infatti, lo schema di base è bene o male quello di un rape & revenge, ma, con i due protagonisti intenti a ritrovare la passione attraverso il sangue e la violenza, quello che prende progressivamente forma è un gioco in cui i ruoli delle vittime e dei carnefici sembrano essere destinati a ribaltarsi in continuazione. E, una volta tanto, considerando il fatto che si tratta di una piccolissima produzione, gli attori non sono affatto malvagi.

Finché morte non vi separi

Quattro episodi, tra il thriller e l'horror, riguardanti la vita matrimoniale.
Il primo, appunto, Finché morte non vi separi, sotto la regia dell'Alfredo Arciero sceneggiatore di Sharm el Sheik (2010), racconta di una famiglia distrutta dalla maligna influenza di un troll giocattolo della discordia.
Doppelganger di Gianluca Russo, invece, narra di una madre di famiglia presa a parlare con il suo doppio che la incita a uccidere i propri familiari.
Poi è il turno di Embryo, scritto e diretto dal Giovanni Pianigiani autore de La canzone della notte (2008), che pone in scena una assillante marito alla Furio di Bianco, rosso e Verdone (1981), la cui tormentata moglie, appunto, non poteva chiamarsi altro che Magda.
Per concludere con Presagi di Bruno Di Marcello, riguardante la vendetta soprannaturale da parte di una moglie uccisa.
Con il cantante Frank Amore nei panni di un veggente, quest'ultimo rappresenta di sicuro uno dei momenti più piacevoli dell'operazione: un "gioco" semi-amatoriale a bassissimo costo e non privo di splatter il cui segmento più riuscito è di sicuro il terzo, efficacemente venato di humour. Per quanto riguarda gli altri due, il primo appare piuttosto dilettantistico, mentre il secondo, nonostante la buona interpretazione di Giulia Morgani, viene tirato via con eccessiva fretta. Nota di merito a Giorgio Filonzi, protagonista di tre delle quattro storie.

The Gerber syndrome

Maxi Dejoie firma l'ennesimo mockumentary che, come l'osannatissimo The Blair witch project-Il mistero della strega di Blair (1999) di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, sfrutta l'effetto realtà al fine di far passare per vero quanto raccontato sullo schermo.
In questo caso ci troviamo a Torino, però, niente streghe o entità maligne, in quanto, come il titolo suggerisce, si parla del morbo di Gerber, che si manifesta inizialmente come una forte influenza, per poi arrivare a ridurre chi ne è affetto a una sorta di aggressivo zombi.
Un morbo che colpisce le cellule cerebrali e che si trasmette tramite lo scambio di liquidi ematici, del quale apprendiamo dettagli grazie alle numerose interviste a finti medici o illustri figure sparse nel corso dei circa ottantasette minuti di visione, destinati a tirare in ballo anche manifestazioni di protesta contro lo Stato.
Circa ottantasette minuti di visioni ben girati e che non hanno molto da invidiare a più costosi prodotti analoghi d'oltreoceano, ma che peccano, probabilmente, nel concedere troppi pochi (e brevi) spazi alle situazioni horror con protagonisti gli infetti, rischiando di cadere in più occasioni nella morsa della fiacchezza.

True love

Rispettivamente con le fattezze di Ellen Hollman e John Brotherton, dopo il matrimonio Kate e Jack si svegliano da un sonno profondo e scuro, ognuno da solo in una stanza sigillata priva di porte e finestre ed esclusivamente fornita di immagini proiettate sulle pareti e un monitor con due pulsanti, uno per il "sì" e uno per il "no".
Con una situazione iniziale alla Captivity (2007), il primo lungometraggio di Enrico Clerico Nasino -prodotto, tra gli altri, da Rai cinema e dal Fausto Brizzi autore del dittico Notte prima degli esami - parte dall'interrogativo "Ti fidi del tuo amore?" per proporre una atipica e interessante riflessione in salsa fantascientifica riguardante il poco confortante stato dei rapporti di coppia nel XXI secolo, tempestato di reality show e squallide moralità da piccolo schermo.
Infatti, i circa novantotto minuti di visione proseguono con i due protagonisti posti dinanzi ad alcuni filmati di sorveglianza che mostrano la loro vita privata e il monitor impegnato a porre domande che si rivelano ognuna più strana e terrificante della precedente.
E si punta in particolar modo sulla claustrofobia, anche se è soprattutto il bell'epilogo destinato a ribadire romanticamente che l'amore è verità ad alzare positivamente il giudizio nei confronti di quello che, in fin dei conti, non sembra altro che uno short dilatato a lungometraggio.

Cruel tango

Una mail contenente un breve, agghiacciante filmato del corpo orribilmente mutilato di una donna che riemerge dalle acque del lago Crisci, in una cittadina della Lucania, porta il giovane giornalista siciliano Francesco Castiglione alias Vincenzo Cutuli a diffondere lo scoop sul suo blog di cronaca nera.
Da qui, l'esordiente Salvatore Metastasio costruisce un thriller probabilmente volto a omaggiare il nostro cinema di genere degli anni Settanta, man mano che le indagini verso la verità procedono e i cadaveri sembrano essere destinati ad aumentare.
E, ovviamente, mentre qualcuno potrà scorgere omaggi a Stanley Kubrick e influenze provenienti dalla saga Saw, non sono assenti torture e spargimenti di liquido rosso.
Però, la tensione non sembra volerne sapere di essere presente e, tra recitazione che lascia il più delle volte a desiderare ed abbondanza d'inquadrature-cartolina volte a immortalare gli splendidi paesaggi della regione in cui il film è stato girato, il fiacco e a tratti confuso insieme altro non sembra che un episodio de Il maresciallo Rocca condito con una spruzzata di splatter.

L'eremita

Ricordate Alberto Festa in arte Al Festa, noto musicista passato dietro la macchina da presa con il poco conosciuto Gipsy angel (1992) e che i fan dell'horror ricordano soprattutto per il thriller con cast all star Fatal frames-Fotogrammi mortali (1996)?
Eccolo nuovamente alle prese con la regia cinematografica per raccontare la vicenda di un misterioso individuo che, interpretato da Marco Di Stefano, dispensa prediche e profezie nel corso del proprio cammino, in quanto legato in qualche modo al Codex Purpureus Rossanensis, preziosissimo manoscritto risalente alla fine del V secolo dopo Cristo e contenente un antichissimo Evangelario considerato tra i più importanti documenti riguardanti la vita di Gesù.
Una vicenda corredata anche di evidente attacco alla televisione, che, però, sembra ridursi in maniera esclusiva al noioso vagare del protagonista, volto a porre continuamente in guardia nei confronti delle quotidiane minacce avanzate dal male, ma anche a trovarsi coinvolto in situazioni che non possono fare a meno di spingere lo spettatore a sprofondare in sane risate.
Perché, tra dialoghi spesso grotteschi e recitazione scadente, è proprio forniti dell'indispensabile capacità di affrontare i cosiddetti "So bad it's good" (i film tanto brutti quanto divertenti) che va visionato L'eremita.
D'altra parte, in quale altro modo potrebbe essere accolta una pellicola che sfrutta addirittura un personaggio femminile che si chiama Madre Pia?

Silver case

La mancata consegna di una valigetta argentata dal contenuto misterioso è la molla scatenante di una serie di imprevedibili eventi ruotanti attorno alla figura di colui che viene definito il "Senatore", con le fattezze di Eric"I migliori"Roberts, spietato produttore della mecca del cinema che sembrerebbe essere disposto a tutto pur di distruggere il proprio diretto concorrente.
Se la trama vi ricorda qualcosa, probabilmente state pensando un po' a Pulp fiction (1994) di Quentin Tarantino, un po' a Get shorty (1995) di Barry Sonnenfeld, perché, effettivamente, è proprio questi due titoli che ricorda il lungometraggio d'esordio di Christian Filippella, giovane cineasta tricolore trapiantato negli Stati Uniti.
Quindi, il tutto non manca né di situazioni ironiche, né di spargimenti di liquido rosso, ma, appunto, sembra ridursi a un banale derivato di quello che fu l'ormai più che sorpassato cinema a stelle e strisce degli anni Novanta.
E, nonostante la buona prova del cast, comprendente anche il Seymour Cassel di Convoy-Trincea d'asfalto (1978), non ci si stupisce mai e ci si annoia molto.

The hounds

Diciamo che la produzione sarebbe inglese, ma lo includiamo ugualmente in questo speciale perché lungometraggio d'esordio degli italiani Maurizio e Roberto Del Piccolo.
La storia è quella di quattro amici (tre uomini e una donna) che, per festeggiare la laurea di uno di loro, decidono di darsi alla pazza gioia e di trascorrere la notte in tenda nel bosco.
Ovviamente, come vuole la tradizione del cinema della paura e, in particolar modo, di quello derivato dal successo della saga Venerdì 13, la tranquillità non sembra essere destinata a durare molto; in quanto, prima si trovano ad avere a che fare con il ritrovamento di un cadavere sepolto nel posto, poi vengono assediati da qualcosa o qualcuno che non vediamo, con intenzioni, di certo, tutt'altro che buone.
E diciamo che la prima parte degli ottantotto minuti di visione, basata principalmente sull'attesa, rischi non poco di spingere lo spettatore a sprofondare in un sonno liberatorio; ma, fortunatamente, provvede la seconda proto-slasher, non priva di splatter, a dare una scossa al tutto.
Fino alla rivelazione finale che, in un certo senso, richiama alla memoria l'idea già alla base di Shrooms-Trip senza ritorno (2007) di Paddy Breathnach.
Nulla di eccezionale, ma si è comunque aggiudicato il premio per il miglior film al festival.

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