Cannes e la paura: come il terrorismo ha cambiato il Festival del cinema

Negli ultimi tre anni vivere il Festival di Cannes è diventato più difficile, più noioso, più faticoso: ecco come il terrorismo ha cambiato il festival.

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Il 7 gennaio del 2015 un commando terroristico, legato al califfato dell'ISIS, è entrato nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi, uccidendo dodici persone e ferendone altre undici. Da quel giorno l'Europa è cambiata profondamente, il 13 novembre dello stesso anno la capitale francese è stata colpita di nuovo e in modo più massiccio alla sala da concerti Bataclan e in diverse "terrasse" dell'Undicesimo Arrondissement, poi è arrivata la strage di Nizza, del mercatino di Natale a Berlino e altri piccoli eventi nati dalla medesima ideologia. Tutto questo ha cambiato, e non poco, il modo di vivere e pensare di tutti noi, in Francia soprattutto, il Paese europeo più colpito a causa del ruolo militare internazionale e della vicinanza con il Belgio, nazione dove le teorie dell'ISIS hanno avuto e hanno ancora oggi molto seguito. Io stesso, permettetemi per una volta la prima persona, vivevo a Parigi l'anno dei grandi attentati, ero ad una festa di compleanno a circa due chilometri da Place de la Republique quel tremendo 13 novembre, e nessuno potrà mai strapparmi dalla memoria quella notte e i giorni immediatamente successivi. Ho visto in prima persona cambiare la vita quotidiana di colpo, poiché da quel momento la paura ha portato controlli di sicurezza in ogni luogo pubblico, appesantendo ulteriormente un'aria già complicata. Allo stesso modo è accaduto al Festival di Cannes, che ormai frequento da cinque anni.

La mia prima volta

La prima edizione sulla Croisette la ricordo ancora come la più spensierata, la più libera: si entrava e si usciva dai luoghi del festival senza grossi problemi, bastava scannerizzare il badge per avere praticamente ogni porta aperta. Il paradiso in Terra, il festival perfetto, a ripensarci oggi. Il primo scossone è arrivato solo durante la seconda edizione, quando una sera una persona mentalmente instabile ha sparato alcuni colpi di arma da fuoco verso il cielo. L'ISIS era ancora una minaccia sconosciuta, eppure davanti alle entrate del celebre Palais des Festivals sono arrivati per la prima volta gli uomini della sicurezza. Da quel momento gli omoni giganteschi hanno iniziato a guardare meglio le foto stampate sui badge, in modo da essere sicuri di far entrare solo persone realmente accreditate nei luoghi del festival (del resto a Cannes ci sono solo ed esclusivamente giornalisti, non esiste pubblico, non ci sono biglietti che si possono acquistare).

Parigi

Dopo i primi attentati a Parigi le cose hanno iniziato a prendere una piega molto seria, scannerizzare il badge e controllare la foto per gli omoni della sicurezza era diventato solo il primo step. Il secondo implicava un ferreo controllo delle borse, ogni qual volta si entrava al palazzo principale o si tentava di entrare a una proiezione: niente bottiglie d'acqua, niente snack, niente pericolosissima frutta, ovviamente niente armi da fuoco (You don't say??). Addetti sempre meno gentili hanno iniziato a rovistare nelle nostre borse e zaini personali, mentre un terzo step richiedeva braccia alzate, gambe leggermente divaricate e controllo con i metal detector in ogni parte del corpo. Avere il cellulare nella tasca, o avere sfortunatamente una protesi di metallo in qualche parte del corpo, significava perdere ulteriori minuti prima di passare il fatidico varco. La cosa può sembrare banale, ma questa operazione per un inviato al festival è obbligatoria dalle tre alle sei volte al giorno, per circa dieci giorni consecutivi, fate dunque i vostri calcoli.


Numero 70

Fra borse aperte e controlli a braccia alzate, siamo arrivati all'edizione numero 70, quella che stiamo vivendo in queste ore, figlia di Nizza e Berlino. Quella che un tempo era una bellissima passeggiata accanto al mare, che passava per l'appunto di fronte al grande palazzo dei festival e la celebre Montée des Marches, la scalinata ornata con il tappeto rosso, è diventata un'area presieduta da almeno tre forze armate: polizia municipale, polizia ordinaria, esercito francese. L'inizio e la fine del vialone principale sono ora sbarrati da enormi blocchi di cemento, inoltre non è consentito l'ingresso a pullman e mezzi pesanti nella zona circostante - motivo che ha fatto saltare alcune delle fermate bus principali nel centro città. La vera novità di rilievo di questa edizione sono però degli enormi, ingombranti, antiestetici metal detector - ma non semplici dispositivi a mano come negli anni passati, metal detector da aeroporto, sotto cui passare. Dopo aver scannerizzato il proprio badge bisogna dunque consegnare la propria borsa/zaino, eventuali oggetti metallici, passare sotto il metal detector, alzare le braccia, divaricare le gambe e farsi controllare anche da un secondo metal detector a mano in ogni parte del corpo. Trafila da fare per tradizione almeno tre-sei volte al giorno, in pratica ogni volta che si decide di entrare a palazzo o di accedere a una proiezione.

La sfida più grande

Tutti noi desideriamo stare tranquilli, tutti vogliamo che non accadano problemi e che eventi tragici come quelli degli ultimi anni non si ripetano mai più, in Francia come in qualsiasi altro Paese del mondo (bisognerebbe fermare anche le bombe in Siria, forse). Collaborare con il Festival di Cannes perché non succeda niente di grave è giusto, eppure anno dopo anno la nostra libertà è stata pian piano calpestata sempre di più, quasi umiliata. Due giorni dopo gli attentati del 13 novembre, Parigi era tutta in strada, nonostante il divieto di manifestazioni di massa. Eravamo tutti a Place de la Republique, piazza simbolo della zona degli attacchi, per gridare forte che nessuno ci avrebbe impauriti, nessuno avrebbe cambiato il nostro modo di vivere, di pensare. Che i terroristi sbagliavano di grosso a crederci pronti ad arrenderci, noi non lo avremmo fatto mai. Ci credevamo immortali, eppure qualche ora dopo, quello stesso giorno, a causa di un falso allarme ci ritrovavamo faccia a terra sul pavimento di un bar, mentre la gente correva per strada. Oltre le vetrate la polizia in tenuta antisommossa camminava suddivisa in plotoni con le armi spianate ad altezza uomo, scene che fino ad allora avevo visto soltanto nei miei amati film. Era scoppiata una semplice lampadina, ma in realtà era scoppiato il caos. Da quel giorno le cose sono ulteriormente peggiorate e forse, in fondo, i terroristi stanno vincendo la loro sfida più grande: entrare nella nostra mente, diventare un pensiero fisso, con i metal detector ancor più che con i morti ammazzati. Ora siamo noi stessi a ricordarci costantemente che dobbiamo avere paura.