Bleed e gli altri: da Rocky a Toro scatenato, il cinema sul ring

Con l'uscita in sala di Bleed - Più forte del destino andiamo a ripercorre alcune fasi e titoli salienti del cinema pugilistico.

speciale Bleed e gli altri: da Rocky a Toro scatenato, il cinema sul ring
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Il cinema sul pugilato, sottofilone della branchia sportiva, è uno dei più adatti per raccontare storie di uomini, comuni e non, pronti a tutto pur di sfidare sé stessi in prove di forza e volontà, perfetto aggiornamento moderno di imprese eroiche compiute da guerrieri di sorta allora impegnati in battaglie di ben altro tipo. Lo sguardo assume però nel genere un filtro privato, dato che nella pressoché totalità di casi le produzioni di questo tipo sono incentrate su un solo individuo e sulla ivi sfera personale, con amori spesso turbolenti e situazioni familiari difficili a far da corollario all'evento agonistico. Bleed - Più forte del destino, in uscita nelle sale in questi giorni, è solo l'ultimo esponente di un genere che già agli albori della cinematografia cominciò ad appassionare il pubblico: basti pensare al cortometraggio tedesco Boxing Kangaroo (1895) in cui un boxeur dilettante affrontava nientemeno che un canguro in un incontro reale di 25 secondi senza vincitori né vinti. In occasione dell'uscita di Bleed - Più forte del destino, ripercorriamo la storia di un filone mai domo.


Pugni tra star

Cinema di uomini (e donne) come detto nel paragrafo introduttivo, e per definire al meglio personalità spesso complesse, ispirate in molti casi ad atleti realmente esistiti/esistenti, le scelte di casting dei titoli più significativi non potevano che ricadere su grandi attori capaci di trasmettere ai personaggi lasciti introspettivi tali da creare empatia col pubblico. Non è perciò un caso che fin dai tempi della Hollywood d'oro vere e proprie leggende del cinema americano abbiano indossato sul set guantoni e calzoncini: destino toccato, tra gli altri, a Robert Ryan e Paul Newman, entrambi al servizio di un regista mai troppo citato quale Robert Wise. Il primo ha infatti vestito i panni di Stoker, pugile di basso rango sempre alla ricerca del riscatto al centro di Stasera ho vinto anch'io (1949), film che ha la particolarità di essere girato in tempo reale e che ci mette di fronte allo sporco sottobosco delle scommesse sportive, con il Nostro che si ribella alla sua prevista sconfitta pagandone amare conseguenze. E' invece biografica la pellicola con protagonista Paul Newman, basata sulla vita del pugile italo-americano Rocky Graziano: un vero e proprio percorso di vita quello messo in scena da Wise in Lassù qualcuno mi ama (1956), con l'infanzia tormentata dell'uomo tra carcere e riformatorio per poi trovare una nuova speranza proprio nel mondo della boxe.

A volte ritornano

Se le sono date di santa ragione recentemente nel nostalgico Il grande match (2013), e non poteva essere altrimenti dato che Sylvester Stallone e Robert De Niro sono stati i protagonisti di due film simbolo del genere a cavallo tra gli anni '70 e '80. Il grande pubblico di diverse generazioni è d'altronde cresciuto con l'epica impresa di Rocky Balboa, pugile italo-americano di mezza tacca prossimo alla sfida della vita con il campione in carica dei pesi massimi Apollo Creed: un incontro leggendario, conclusosi con il leggendario urlo "Adriana", in cui il percorso per giungervi assume i veri e proprio connotati del sogno americano. Il successo di Rocky (1976) oltre a lanciare la carriera di Stallone e dare origine ad una vera e propria saga (dagli altalenanti risultati qualitativi) ha segnato per sempre alcuni leit-motiv del cinema sportivo. Lo stesso si può dire per Toro Scatenato (1980) e se il suo impatto è più sentito nel mondo cinefilo che nell'immaginario comune, il film di Martin Scorsese è un vero e proprio capolavoro del genere, tra le vette più alte mai raggiunte dal filone. Ispirata alla vita di una figura simbolo del quadrato come Jake LaMotta, la pellicola è un vero e proprio tour de force attoriale operato da De Niro, ingrassato di trenta chili per il ruolo, e mette e nudo i lati più oscuri di uno sport spesso gestito dalla malavita. Un'opera rabbiosa e viscerale, girata in un efficace bianco e nero, con scelte registiche tali da regalare incontri in soggettiva e trasportare il pubblico direttamente sul ring.

Millennium Boxeur

Nel nuovo millennio la magia del ring non ha mai smesso di originare pellicole di successo e tra i casi più famosi è doveroso citare Cinderella Man - Una ragione per lottare (2005) e The Fighter (2010). Dopo l'ispirata operazione biografica che li aveva uniti professionalmente in A beautiful mind (2001), Ron Howard e Russell Crowe tornano a collaborare per raccontare la vita di James J. Braddock, figura simbolo nel periodo della Grande Depressione. Ne esce un biopic retorico e "pulito" nella piena tradizione hollywoodiana, con tanto di sottofondo romantico ad accompagnare le imprese sportive del pugile: al netto delle strizzatine d'occhio al grande pubblico il film avvince e convince grazie anche alle performance di un cast comprendente anche Paul Giamatti e Renéé Zellweger. Il cast ha fatto le fortune anche della pellicola di David O. Russell (con due statuette a Christian Bale e Melissa Leo), assai più ruvida nelle tematiche arrivando a trattare lo spinoso tema della tossicodipendenza. Figura fondamentale di supporto a quella del protagonista Mark Wahlberg quella del consanguineo decaduto per una storia di fratelli e di una famiglia dal rapporto difficile che trova nel pugilato una via per poter ricominciare in un'operazione furbamente scomoda non priva di spunti interessanti.

Black Power

Con il cinema "black" mai così tanto sulla cresta dell'onda dopo la più che discussa vittoria di Moonlight (2016) all'ultima edizione degli Oscar, era impossibile non parlare di due film in cui il pugilato parla afro-americano. The Hurricane - Il grido dell'innocenza (1999) vede Denzel Washington vestire i panni di Rubin Carter, pugile americano soprannominato Uragano che venne arrestato e condannato negli anni '60 per un omicidio mai commesso e scarcerato soltanto nel 1987 grazie ad ulteriori indagini. Un ultimo round combattuto all'interno della prigione dopo il successo ottenuto sul ring prima della condanna in un'operazione dal sapore classico che offre diversi spunti di riflessione e, seppur in versione abilmente romanzata, riflette sulle ingiustizie sociali di un Paese. Tematiche sociali che non mancano neppure nel sontuoso Alì (2001), biopic dedicato al leggendario Muhammad Alì (2001) firmato da Michael Mann e interpretato da un mimetico Will Smith. Autocitandomi ci troviamo di fronte ad "un ritratto di un'epoca attraverso i contorni di un'epica personale", ispirato ibrido tra privato e pubblico che equilibra le tormentate vicissitudini familiari dell'atleta con gli incontri sul quadrato, il tutto nel mezzo di un periodo storico scosso da tensioni sociali e razziali: non solo un avvincente titolo sportivo.

Non chiamatelo sesso debole

Il girl power ha trovato campo anche in questo filone, con due titoli di diverso peso ma entrambi interessanti nel loro proporre figure di ragazze pronte a tutto per emergere in un universo tipicamente maschile. E' Michelle Rodriguez, nel ruolo lancio della carriera, a dare anima e corpo alla mascolina e tenace protagonista di Girlfight (2000), titolo tutto al femminile messo in scena dalla regista Karyn Kusama e vincitore del gran premio della giuria al Sundance Film Festival. Un cinema indie che ci racconta la storia di Diana Guzman, diciottenne cresciuta nei quartieri poveri e in una famiglia disagiata che trova il suo riscatto diventando una promessa del pugilato: un titolo interessante che delinea oltre alle avvincenti fasi agonistiche anche un ritratto veritiero e amaro della periferia americana. Amaro è anche l'epilogo di Million Dollar Baby (2004), capolavoro firmato da Clint Eastwood e vincitore di quattro premi Oscar. La protagonista, premiata, Hilary Swank ha il sogno di diventare una campionessa ma le sue ambizioni si infrangono nel più crudele dei modi possibili, portando il suo allenatore (lo stesso Eastwood) ad una scelta estrema ma condivisibile. Il dramma qui trova nel pugilato il veicolo migliore per parlare di tematiche capaci di dividere l'opinione pubblica quali il diritto all'eutanasia, esprimendo vagiti emotivi che coniugano commozione e spunti di riflessione.

Dietro le quinte

L'ultima parte di questo speciale è dedicata alle figure spesso secondarie che caratterizzano le storie pugilistiche e cioè quella dei manager / allenatori. Scorrazzando dal cinema classico a quello moderno due titoli sono sicuramente memorabili nel dare il giusto spazio a questi personaggi solo apparentemente di contorno. Liberamente ispirato alla storia di Primo Carnera, Il colosso d'argilla (1956) è l'ultimo film interpretato dal mitico Humphrey Bogart prima della morte. Qui "Bogie" è un ex cronista sportivo che tenta di lanciare un pugile finendo invischiato in un giro di scommesse clandestine: dapprima sta al gioco ma poi, a rischio della propria incolumità, decide di ribellarsi al sistema malato e aprire gli occhi al suo "pupillo". Un bello spaccato del mondo pugilistico, lontano da edulcorazioni e mitizzazioni di sorta, che ha il merito di mostrare tutto ciò che gira intorno, anche nei suoi lati più negativi, al semplice incontro sul ring. E' invece un ritorno al passato quello di Creed - Nato per combattere (2015) in cui Sylvester Stallone torna a vestire i panni di Rocky Balboa anche se in ruolo diverso dai precedenti: l'ex-pugile infatti viene assunto dal figlio di Apollo Creed affinché lo porti al successo nel mondo della boxe. Un film crepuscolare che vive sull'ottima ed equilibrata sceneggiatura, capace di emozionare con facilità sia i fan storici della saga che i nuovi adepti, operazione nostalgica che vive di autocitazioni e dialoghi ruvidi e immediati che guardano ad un'epica di genere semplice ma sincera.

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