Blade Runner: le differenze tra la versione dell'82 e la Final Cut

Con il sequel ormai nelle nostre sale, riscopriamo insieme le differenze tra la versione del 1982 e la Final Cut del primo Blade Runner.

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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Blade Runner è la quintessenza del cyberpunk esistenzialista declinato con i toni del noir: un "hard boiled" sci-fi di chiara matrice filosofica, che indaga e s'interroga sulla dimensione dell'essere umano, sul rapporto uomo-macchina, sul ruolo di dio, sul senso del tempo, sull'importanza dei ricordi nell'identità di un essere vivente. Una visione antropocentrica di una raffinatezza rara, che rielabora il mito della creazione e della ribellione al proprio demiurgo in chiave retrofuturistica. Ma il capolavoro di Ridley Scott, capace di generare un'eredità culturale senza precedenti, è anche un organismo filmico proteiforme, in continua evoluzione, che ha cambiato volto e sembianze molte volte nei 35 anni trascorsi dal suo esordio. Sono infatti ben sette le versioni di Blade Runner che si sono susseguite nel tempo: ognuna possiede un tassello aggiuntivo del grande mosaico di Scott, dettagli minuscoli o macroscopici che possono ora arricchire ora stravolgere completamente la chiave di lettura tramite cui interpretare la pellicola. Con Blade Runner 2049 ormai nelle nostre sale abbiamo pensato di rinfrescarci la memoria, analizzando non tanto le differenze che intercorrono tra tutte le edizioni, bensì le disparità artistiche e concettuali che separano la Theatrical Version (anche nota come Domestic Cut) del 1982 e la Final Cut del 2007, decisamente quella più vicina all'idea partorita da Ridley Scott durante la stesura dello script originale.

Attenzione: l'articolo contiene importanti spoiler sulla trama e le conclusioni dei film

"I didn't know how long we had together...who does?"

Sebbene la bellezza visiva dell'opera rimanga pressoché invariata a prescindere dal numero di versioni che sono state realizzate, a mutare profondamente sono sia alcuni aspetti stilistici, sia il sostrato narrativo alla base del concept del film. Anzitutto - e questo è uno dei cambiamenti più evidenti e significativi - la Domestic Cut, ormai "ritirata" dal mercato, presenta l'aggiunta della voce fuori campo di Harrison Ford, del tutto rimossa nella Final Cut: lo spettatore viene così messo al corrente dei pensieri di Rick Deckard, che accompagnano la visione attraverso la descrizione di situazioni ed eventi che, in nome del fascino enigmatico che permea la pellicola, avrebbero potuto (e forse dovuto) rimanere taciuti.

La presenza di questo narratore esterno, inserito dopo le reazioni altalenanti dei primi screen test, rappresentava una chiara concessione al "grande pubblico": molti dei temi trattati da Blade Runner posseggono infatti un impatto oscuro, ermetico, fumoso, proprio come il grigiore che avvolge il cielo e le strade della Los Angeles del 2019. Era - ed è - un film che procede per indizi ed allusioni, che non prende per mano lo spettatore nel tentativo di spiegargli, più nel dettaglio, il significato delle sequenze cui sta assistendo. L'introduzione forzata della voce narrante è emblematica di come le esigenze di distribuzione abbiano finito per prendere il sopravvento su quelle artistiche: pertanto nella Final Cut, in cui il cantilenante commento di Ford lascia il posto ad un riflessivo silenzio (riempito solo dalla musica dei Vangelis), Blade Runner ritrova l'essenza primigenia della sua filosofia. Non si spiega, si interpreta. Ne è un chiaro esempio la sequenza in cui Deckard osserva le fotografie artefatte di Rachel, che mostrano la fittizia infanzia della ragazza (uno dei replicanti più elaborati della Tyrell Corp). Una scena delicata ed intima, che nello sguardo ruvido di Ford, pennellato di leggera tristezza, trova la sua massima espressività: le istantanee del passato, le memorie dei giorni d'infanzia, l'elaborazione di un ricordo inesistente hanno reso Rachel più "umana" di altri replicanti, non perché caratterizzata da emozioni diverse o "superiori", ma perché vive nella totale illusione di essere una vera donna. In questo modo, un simile momento assume un valore molto più profondo rispetto a quello smaccatamente sentimentale propinato dalla Theatrical Version. Quando Deckard scruta le fotografia di una piccola (finta) Rachel con sua madre, d'altronde, in sottofondo possiamo sentire: "Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti, neanche i cacciatori di replicanti. Cosa diavolo mi sta succedendo?". Ecco che il focus si sposta su un piano più romantico, sull'umanizzazione veicolata tramite la semplice e schietta emotività.

Il ricorso all'esplicitazione finisce inevitabilmente per intaccare anche lo strepitoso personaggio di Roy Batty (interpretato da un Rutger Hauer in stato di grazia): la psicologia di questo "villain" nella Final Cut è trasmessa allo spettatore per lo più dalle sue azioni, dal suo brutale patricidio e dalla inaspettata decisione di risparmiare Deckard, proferendo uno dei monologhi più celebri (e magnetici) della storia del cinema. E proprio le ultime parole di Roy sono esemplificative del mood che si respira in Blade Runner: i raggi B, le porte di Tannhauser e i Bastioni d'Orione sono immagini che stimolano la fantasia dello spettatore, la sua personale interpretazione. Prende forma così una mitologia futuristica che fa dell'ermetismo il suo più grande appeal: chi osserva la pellicola si trova insomma costretto a fantasticare, ad elaborare nella propria mente il significato di ciò che ha ammirato, senza il bisogno di essere "imboccato" con futili spiegazioni. Ed invece, poco dopo la morte di Roy, mentre nella Final Cut l'inquadratura indugia semplicemente sul volto di un Deckard tumefatto e rattristito, nella Domestic Cut si cerca di dare un significato limpido e manicheo sulle azioni compiute dal Replicante: "Io non so perché mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l'avesse mai amata... Non solo la sua vita: la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che volevano erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo: "Da dove vengo?" "Dove vado?" "Quanto mi resta ancora?" Non ho potuto far altro che restare lì e guardarlo morire". Al di là di una scrittura non certo impeccabile, la distanza tra le due scelte narrative è lampante, e il "non-detto" assume una valenza molto più potente. Anche in questo caso, l'edizione dell'82 è quella più "edulcorata", di facile comprensione, che propone una precisa linea interpretativa sia delle emozioni di Rick, sia delle domande esistenziali che la Final Cut, implicitamente, si limita soltanto, e con più eleganza, a sottintendere.

Eppure, come è noto, la Theatrical Version prende maggiormente le distanze dall'edizione definitiva soprattutto sul finale. La Domestic Cut, infatti, contiene al suo interno il cosiddetto "happy ending", una conclusione patinata e cucita a forza su di un tessuto cinematografico dalla trama tragica, dolorosa, impietosa. Diversamente dalla versione del 2007, in cui Deckard accetta la limitata durata di Rachel, decidendo di rimanerle accanto con la consapevolezza che "lei non vivrà", nella versione precedente il blade runner fugge via con la Replicante lungo un panorama arioso, naturalistico, soleggiato e terso, in netta contrapposizione con l'opprimente fumo della perenne notte di Los Angeles. "Tyrell mi ha detto che Rachel era speciale: nessuna data di termine. Non sapevo per quanto tempo saremmo stati insieme. Ma chi è che lo sa?". Un finale da fotoromanzo, inginocchiatosi alle logiche della diffusione su larga scala, realizzato in modo un po' posticcio montando insieme le riprese di una panoramica aerea, scartate da Kubrick durante la lavorazione di Shining. Cose per cui il dio della biomeccanica non ti farebbe entrare in Paradiso...

Ma gli androidi sognano unicorni di carta?

Accantonando le variazioni stilistiche e contenutistiche delle due opere, probabilmente la differenziazione più importante riguarda la reale identità del personaggio principale. La Final Cut, d'altronde, possiede un nucleo tematico sottocutaneo che si annida, subdolamente e intelligentemente, nelle pieghe del film, mostrandosi in modo sporadico soltanto a fasi alterne, con piccoli indizi del tutto assenti nella Theatrical Cut. Ci riferiamo, prevedibilmente, alla teoria (di recente, purtroppo, confermata da Scott in una dichiarazione che ha privato la pellicola del suo accattivante alone di mistero) secondo la quale Deckard sarebbe in realtà un replicante a sua volta.

Coerentemente con il romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, nella Domestic Cut Deckard è un essere umano, un ex sbirro con alle spalle un divorzio e un lavoro che non amava. Nella versione del 2007, di contro, una scena lascia intendere la natura artificiale del protagonista che, ad occhi aperti, dinanzi ad un pianoforte, sogna un bianco unicorno. Questa piccola sequenza onirica dona tutt'altro senso all'origami che, nel finale, Gaff (forse il "vero" blade runner del film) pone davanti all'appartamento di Deckard: un unicorno di carta, lasciato in quel luogo come monito, avvertimento, rivelazione. È come se Gaff fosse a conoscenza dei suoi sogni, permettendoci così di intuire che questi siano stati impiantati nella mente del protagonista allo stesso modo degli innesti di Rachel. Sono altre le prove a supporto della tesi (ad esempio, l'incredibile resistenza fisica di Rick, la sua passione per le foto - piuttosto comune tra i replicanti -, il presunto luccichio nei suoi occhi, simile a quello delle altre creature artificiali), così come non mancano alcune ipotesi che la contraddicono: a prescindere dall'effettiva validità di una simile supposizione, tuttavia, quel che conta è l'alto grado di suggestione e stimolo intellettuale che è in grado di offrire, capace di riscrivere la linea interpretativa sia dell'opera nella sua interezza, sia del finale, il quale acquisisce quindi un tono ancora più poetico, affranto ed ineluttabile.

In tal modo, Deckard avrebbe una data di scadenza, un termine ultimo piuttosto ravvicinato. Varrebbero così anche per lui le parole che Gaff ha pronunciato per Rachel: "It's too bad she won't live. But then again, who does?" (in italiano tradotte come: "Peccato però che lei non vivrà! Sempre che questo sia vivere."). E la risposta ad un tale interrogativo ce la fornisce Eldon Tyrell, il magnate che ha dato vita alla generazione di Replicanti: non è la quantità di anni a determinare la qualità dell'esistenza. Perché, in fondo "la luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo".

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