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Blackhat, in prima visione il thriller di Michael Mann con Chris Hemsworth

Un hacker condannato per crimini informatici viene arruolato dall'FBI per indagare su due attacchi cibernetici in Blackhat, thriller di Michael Mann.

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È uno di quei flop al botteghino dolorosi, che fanno male non solo al popolo cinefilo: Blackhat, ad oggi ultimo film di Michael Mann, ha infatti incassato solo 20 milioni di dollari contro un budget di ben 70. Un insuccesso che penalizza per l'ennesima volta in carriera l'opera di un autore magistrale che, anche in quest'occasione, ha dato via ad un film ricco di intuizioni e di sorprese trasportando il classico contesto thriller nel sottobosco cibernetico, quanto mai attuale in una contemporaneità dove gli attacchi hacker dominano spesso le prime pagine dei giornali. Ed è proprio su un hacker che è incentrata la vicenda: Nick Hathaway sta infatti scontando quindici anni di carcere per crimini informatici quando viene "arruolato" dall'FBI, su esplicita richiesta del suo amico fraterno Chen Dawai (ufficiale dell'esercito cinese), per indagare su un dittico di attacchi informatici che hanno colpito rispettivamente una centrale nucleare di Hong Kong e la borsa americana, costringendo le due superpotenze a collaborare per scovare il colpevole.

Effetto notte

Non un semplice esercizio di stile, quello sempre ai massimi livelli, ma un thriller raffinato che giostra per due ore su territori insidiosi, rischiando di disorientare parzialmente quella fetta di pubblico non avvezza a termini tecnici: malware, bypass, ip e quant'altro possono infatti spiazzare, soprattutto nella prima parte, nonostante l'intreccio di base risulti alla fine dei conti relativamente chiaro. Ma è nella seconda metà che Blackhat (in onda stasera alle 23.50 su RETE4 in prima visione tv e disponibile su Netflix) acquista una forza magnetica e istintiva in un'avvincente escalation di azione e tensione che lascia senza fiato, tra inseguimenti ripresi con camera a mano in stretti vicoletti e furiose sparatorie nel centro cittadino, fino ad arrivare alla resa dei conti finale dal superbo impatto visivo durante una folkloristica festa nazionale malesiana. Mann gestisce con una progressione millimetrica lo sviluppo della storia e le dinamiche dei personaggi, evolvendoli naturalmente nello scorrere degli eventi e sfruttando al meglio gli spazi urbani delle città in cui si sposta la vicenda, ambientata per lo più nell'estremo oriente, e restituendone il fascino metropolitano in un'ottica da puro thriller di genere. Il regista non si distacca dagli stilemi narrativi del filone, con la lotta dei buoni che, per vendetta o per giustizia, cercano sempre e comunque di fare la cosa giusta, ma li contamina in un'ottica fresca e personale adagiata su dilemmi etici e morali appena abbozzati ma dall'indubbia efficacia empatica, concedendo virtuosismi di sorta in campo registico includenti anche una particolare rappresentazione del web in un paio di sequenze fascinosamente stranianti. E soprattutto fotografa la notte, in cui hanno luogo la maggior parte delle scene chiavi, con un istinto estetico sublime memore dei suoi Collateral (2004) e Miami Vice (2006) che varrebbe già da solo il "prezzo" della visione. Blackhat copre inoltre la sua apparente freddezza con un avvolgente substrato emotivo, a cominciare dalla love-story tra i protagonisti (in un variegato cast multietnico) Chris Hemswort e Tang Wei (bellissima), e le aperture drammatiche della vicenda trovano la corretta dose di trasporto nella sinuosa colonna sonora, perfetto accompagnamento nei passaggi più intensi del racconto.

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