Berlinale 63

Speciale Berlinale 63 - Diario di viaggio

Berlinale 63, tra Red Carpet e cinema indipendente

INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Berlino ha un fascino che non si può spiegare. Le foto non rendono giustizia a questa città ambigua e contraddittoria, sporca di umanità e della sua bellezza. In quella sua commistione di vecchio e nuovo che si è venuta a creare nel dopoguerra, dove le ferite dei bombardamenti sono state rimarginate dalle piastrine della contemporary art o sono rimaste aperte, ricorda alcune città italiane. Prima fra tutte, Milano. Pur con tutte le distanze tra i due modelli, col capoluogo lombardo che solo negli ultimi anni ha cominciato una maratona in direzione di un rinnovo non dissimile da quello che ha coinvolto Berlino, le due città hanno il comune spirito di luoghi ostinati a una sopravvivenza tenace. Più spesso di altre metropoli, Berlino e Milano hanno rischiato di sparire: tra le varie guerre, l'invasione del Barbarossa, le demolizioni, i bombardamenti del conflitto mondiale e il Muro durante la Guerra Fredda, sono ambedue città mutilate, rattoppate e modellate a bricolage con un'alternanza di spiriti e vocazione affascinante, a tratti esoterica.

Per questo l'Orso di Berlino, uno dei festival cinematografici d'Europa ora quasi al termine della 63esima edizione, ha uno charme tutto suo. Non lo eguagliano i fastosi lidi con party snob di Cannes né le agitate acque veneziane. Il grosso del festival si svolge a Potsdamer Platz (e non a caso in Marlene Dietrich Platz), l'area di giuntura tra Berlino Est e Ovest forse più interessante del rinnovo urbanistico - o almeno la più blasonata. Tra i grattacieli all'avanguardia si è innalzato anche il Berlinale Palast: il testa a testa col Palais di Cannes è spietato. Anche Berlino è un festival glamour, con i suoi tappeti rossi e i fotografi arroccati sulle loro scalette, teleobiettivi in mano che sembrano cannoni. In questi giorni gli ospiti sono stati innumerevoli. La bellissima Rooney Mara (al festival per Side Effects di Soderbergh) ha mandato letteralmente in delirio la folla. Joseph Gordon-Levitt ha presentato Don Jon's Addiction (ne abbiamo parlato entusiasticamente). Shia LaBeouf e Rupert Grint sono venuti a movimentare le acque e a promuovere The necessary death of Charlie Countryman. Ma la passerella è inevitabilmente meno prestigiosa di Cannes e Venezia: un po' per il clima, un po' per la mancanza di quello spirito party-snob-elitario che caratterizza le due città costiere, ormai prevalentemente vip. Ma soprattutto perché Berlino è un covo di cinefilia che, nonostante le luci e i rep carpet, svela scopertamente la vocazione a un cinema non per tutti. Tra i film in competizione i titoli leggeri sono pochi. I più adatti a un pubblico mainstream sono curiosamente fuori concorso.

Poi c'è la sezione Panorama, vera sorpresa del festival, area tematica queer. Alcuni dei titoli migliori sono emersi dal Forum, sezione di approfondimento sociale e per questo facilmente avvezza a prestarsi a facili scetticismi. La vocazione di cinefilia strabordante emerge, oltre alle varie sezioni (generation, 14plus, prospettive tedesche, speciale, ecc), soprattutto nella retrospettiva, particolarmente consistente quest'anno. La visione piu interessante è stata Dial M for Murder di Alfred Hitchcock. Film del 1954 pensato per essere proiettato in 3D stereoscopico, è stata l'occasione per recuperare in forma restaurata e tridimensionale la dimensione con cui il film era stato originariamente partorito.
Quanto più glamour e cinefilia si fondono nel quartier generale del festival a Potsdamer Platz (dal fastoso Palast al moderno Cinemaxx, la sede stampa allo Hyatt Hotel a quella del market nel Martin-Gropius-Bau), quasi riflesso di quella commistione eterogenea di anime diverse che si è creata nella stessa area dopo l'abbattimento del Muro, più ci si allontana dal centro e più le luci abbaglianti dei riflettori si affievoliscono, lasciando spazio alle rassegne d'essai, al pubblico più cinefilo, pronto a lottare per una poltrona, dovesse essere anche solo per un documentario sui giocattoli di legno ungheresi nel XVII secolo.

Le sale del festival si sparpagliano lungo la storia e la geografia della capitale tedesca, recuperando ogni sfumatura della sua eredità: i fastosi anni Venti, decennio aureo per il cinema della Germania, è commemorato dagli onnipresenti riferimenti a Marlene Dietrich, mentre il capolavoro di Fritz Lang, Metropolis, abbraccia maestosamente un'intera parete del Cubix di Alexanderplatz. E tornano, insieme a Pabst e agli altri autori, espressionisti e non, nella Filmhaus, il museo del cinema ospitato nel Sony Center, spalla a spalla con il modernissimo CineStar. Si respira l'epoca comunista della Germania Est quando ci si reca all'Internazionale, un monosala di lusso nel vialone socialista per eccellenza: Karl Marx Allee, chilometrico stradone inaugurato per celebrare i 750 anni dalla fondazione della città, mantiene pressoché inalterato da allora il Kino International. I sospiri della Germania Est si fanno ancora piu consistenti nel Friedrichstadt Palast, superbo palazzo a metà tra un castello e una cattedrale, dove cinema e teatro si fondano, con una delle sale piu grandi di tutta Europa. La serena aria dell'Ovest (cit) soffia sulla Haus der festspiel, l'elegante ma sobrio cinema alle spalle dell'università in Spichernstrasse, così come nel grande spazio socioculturale dell'HKW nel Tiergarten.

In questo panorama così diversificato, molto eterogenea è anche la programmazione (come si è detto) e la giuria. E' presieduta da uno dei più acclamati registi orientali, Wong Kar-Wai, che ha aperto il festival col suo Grandmaster fuori concorso facendo parlare molto bene di sé. Ambiguo e dal tocco morbido, capace di sprigionare stratificati livelli di senso con poetici incastri di musica e immagine, la "presidenza" di Kar-Wai ci dice molto su quale può essere il favore della giuria (un film come Gloria, ad esempio, non fatica a rientrare nelle corde di Wong Kar-Wai). Ma la giuria è una vera e propria sfilata di mostri sacri: si va da Susanne Bier (la pluripremiata regista danese di Better World, recentemente in sala con Love is all you need) all'imprevedibile Andreas Dresden (vincitore di Un Certain Regard a Cannes per Stopped on track), da Tim Robbins (davvero l'attore americano ha bisogno di presentazioni?) ad Athina Rachel Tsangari (tra i demiurghi del nuovo cinema greco), fino ad Ellen Kuras (già famosa per aver contribuito a film come The eternal sunshine of the spotless mind e Blow, ha esordito alla regia nel 2008 con The Betrayal) e Shirin Nesha, celebre soprattutto per le installazioni di videoarte, ma anche Leone d'Argento a Venezia per il suo debutto nel grande schermo con Donne senza uomini. La variegata composizione della giuria è la vera vittoria di questo straordinario festival, con un campionario sintomatico della contemporaneità, capace di suggellare, molto pià delle parole, l'unione e l'amicizia fra i popoli (come titola la famosa fontana di Alexanderplatz): il dilagare dell'economia cinese rappresentata dal cinema polimorfo di Wong Kar-Wai si accosta al popolo a stelle e strisce di Tim Robbins, attraverso la difficile condizione europea (da chi questa crisi la soffre più violentemente di altri, come la Grecia della Tsangari, a chi è impegnato alla prova del nove in un precario equilibrio da trapezista, come i popoli nordici, tanto economicamente snelli quanto più sofferenti di un cambiamento di identità), arrivando fino alla controversa condizione medio-orientale, per i cui diritti Shirin Neshat si è sempre battuta con forza.

Il festival di Berlino è prima di tutto questo: una Mecca di pellegrinaggio cinefilo, culturale e civico, che all'interno della città più traumatizzata del Novecento, cuore incarnatore degli incubi più oscuri del secolo breve (il nazismo quanto la Guerra Fredda), si pone come nuova musa ispiratrice di riflessione e autocritica, spazio per il confronto aperto fra popoli che non potrebbero far sentire altrimenti la propria voce, se non attraverso la rassegna della Berlinale. Più che altrove, l'attenzione della Berlinale per le tematiche forti e delicate viene trattata con un'accuratezza che deve essere premiata. Il primo film che ho potuto vedere è stato della sezione Forum (una sezione spesso sottovalutata e bollata come pedante e noiosa): I kori, letteralmente La figlia, è un film greco sui generis di Thanos Anastopoulos, capace di trattare un tema sempre più esasperato (la crisi greca) in modo indiretto e non convenzionale, dosandolo con ingredienti forti che inevitabilmente disturbano lo spettatore. E' solo un esempio di cosa una sezione sottovalutata ma solida come Forum sa fare, confermata la stessa sera dal russo Za Marksa (Per Marx): se le coordinate geografiche cambiano drasticamente, passando dall'afosa e incendiaria Grecia a una fredda e glaciale Russia, resta l'approccio all'economia, all'industria e al lavoro che distrugge la vita, qua mescolando in modo grottesco i toni satirici di un'esagerata commedia sociale a quelli thriller.

Ma la vera sezione vincente è Panorama: la più autoriale ed eterogenea, composta di voci dissidenti che cozzano con violenza inaudita. La sezione è prevalentemente queer (con alcuni film, come Concussion e Will you still love me tomorrow? davvero notevoli, altri meno convincenti, ad esempio Lose your head, benché acclamatissimo), ma le voci si estendono a toccare pressoché ogni tema, tanto che potremmo parlarne come di una diversificata arena di cinema d'Autore con un soggetto strettamente sociale alla base. Di questa sezione fa parte anche l'esordio alla regia (ottimo, come abbiamo detto) di Joseph Gordon-Levitt, Don Jon's Addiction, e il nuovo film di Noah Baumbach, il convincente Frances Ha, 86 minuti in b&n fortemente debitori verso Jules et Jim (addirittura torna, leggermente variato, il valzer principale) in cui viene affrontato il disorientamento di fronte allo scarto tra sogni e disillusione.
Berlino sa però nascondersi audacemente: il selvatico orso delle foreste si addobba per il Gran Galà e accoglie ospiti sul tappeto rosso, perlopiù provenienti da Hollywood. A volte i film sono delle totali delusioni (Side effects, Night train to Lisbon e The necessary death of Charlie Countryman), in altri casi si tratta di risultati pregevoli (Before Midnight) o comunque interessanti (Promised Land). Film hollywoodiani ornati con spalline d'oro, costretti in questo festival a scontrarsi faccia a faccia con film meno noti ma di alta qualità: così si temono grandi e piccoli film dal resto del mondo, come la sorpresa kazaka Harmony Lessons, il cileno Gloria, il rumeno Child's Pose, l'iraniano Pardé. Proprio quest'ultimo è uno dei favoriti per l'Orso d'Oro: non avendo avuto modo di vederlo, chi scrive tifa per Harmony Lessons e Gloria. Scivolano in un baratro film come La religiouse e Vic+Flo, oltre al già ricordato film con Shia LaBeouf. Se dunque da un lato, in competizione, Gus Van Sant contrappone il suo nome (e l'eco che ne deriva) alla forza delle immagini di Harmony Lessons, altrove la maratona non è meno agevole: Gordon-Levitt e Baumbach hanno un gran daffare in Panorama, con la concorrenza di film straordinari di tutto il mondo (per citarne alcuni: La Piscina, straordinario mediometraggio cubano, Fatal, Will you still love me tomorrow?).
Non ci sono piu scuse che tengano: Berlino è tanto bella quanto spietata. Se il tuo film è a Berlino, deve lottare.