Cannes 2015

Recensione Youth - La Giovinezza

Dopo l'Oscar a La grande bellezza, Paolo Sorrentino torna dietro la macchina da presa con un cast internazionale ed un lavoro magnifico, che non deluderà i suoi fedeli appassionati e potrebbe convincere anche qualche scettico in più.

recensione Youth - La Giovinezza
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Era Bob Sinclair a riempire con un assordante remix di un classico di Raffaella Carrà le strabordanti notti romane nelle prime immagini di La Grande Bellezza - balli sfrenati, urla, un sardonico sorriso in omaggio ad un mondo fatto di suoni, luci e colori, soldi e potere sociale che lentamente si perde nel nulla. A Youth viene invece regalata You've got the love, un omaggio a quell'amore che è emozione primaria e muove perfino la supposta apatia di Fred Ballinger (Michael Caine), direttore d'orchestra ormai in pensione che non ha perso l'abitudine di andare a passare le vacanze estive in un esclusivo resort in Svizzera. Tra i monti, in un silenzio rotto soltanto dallo sfregare di una carta di caramella tra le dita, passano accanto a lui assieme ai corpi ed alle storie degli altri ospiti tutti i fantasmi di una vita che crede passata. La figlia (Rachel Weisz) in crisi con il marito, l'amico di una vita con cui "condivide solo le cose belle", Mick (Harvey Keitel), regista impegnato a scrivere il suo film-testamento a cui non riesce a trovare il degno finale.
Mick continua a lavorare, a tenere viva la sua mente, ad impegnarla con un gruppo di giovani sceneggiatori alla ricerca della battuta perfetta che nella realtà, quella lontana dalle parole scritte di una sceneggiatura, non viene mai. Fred invece ha lasciato la sua musica, che era tutto ciò che riusciva a capire - perché non c'è bisogno di parole per esprimerla, semplicemente "è". Lontano da lei si autodefinisce apatico, senza delle emozioni che crede di non avere ma in realtà si limita solo a respingere, come se avesse paura di vivere adesso che sa che di vita davanti ne è rimasta poca. Non si concede più i suoi lavori né l'unica cosa che riesce davvero a fargli illuminare lo sguardo, si concentra invece su un vecchio amore condiviso tra lui ed il suo amico o su ipotetici problemi di prostata, senza che nemmeno un emissario della regina d'Inghilterra riesca a fargli cambiare idea sul suo pensionamento. E intanto i giorni passano, i corpi si susseguono, i passi si fanno lenti e lo sguardo ad una semplice pallina da tennis si perde malinconico alla ricerca di ciò che era, pretendendo prepotentemente un'ultima scintilla di quella bella giovinezza, che si fugge tuttavia.

Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Giorni sempre uguali a guardare una coppia rimanere in costante silenzio, notti altrettanto uguali seduti in giardino a guardare uno spettacolino dopo l'altro. Tutti alla ricerca di una scintilla in quel silenzio, tutti disperatamente tesi nel tentare di aggrappare ciò che pensiamo possa renderci felici senza rendersi conto del fatto che basterebbe arrendersi alla semplice chimica e ricordarci che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Si trasformano prima di tutto i corpi giovani e tonici, che fanno vincere concorsi di bellezza ed affascinano al punto da abbandonare un rapporto stabile solo per raggiungere un'estasi in più e celebrare ciò che un giorno diventerà un ricordo adatto solo a consolare, di cui si parla al passato raccontandolo ad una figlia tra le lenzuola. Si trasformano le memorie dell'infanzia diventando metafore di momenti ancora più importanti, a dimostrazione che ciò che conta davvero non viene mai davvero dimenticato. Si trasforma un matrimonio fallito, rendendosi involontariamente un'occasione per spiccare il volo verso nuove altezze e nuove passioni. Si trasforma infine la ricerca dell'ultimo film perfetto, sublimandosi in un gesto estremo che si fa coraggio e spinge un amico fedele ad uscire di nuovo dal suo guscio. "Lo sa cosa la aspetta fuori da qui?" chiede il medico a Fred dopo la fine del suo soggiorno e dei suoi check-up. "La giovinezza", gli rivela in un sorriso. Perché la giovinezza non è altro che un insieme di istanti malinconici ma bellissimi, che muovono il cuore ogni volta che si torna a loro con il pensiero o con le azioni. Che sia girando un film, muovendo le mani di fronte ad un prato e delle mucche, palleggiando con una pallina da tennis prima di arrendersi, con il fiatone, stanchi ma felici.

Di nuovo dietro la macchina da presa, con il peso di un Oscar sulle spalle e una responsabilità onorata nel modo migliore.

C'è tanto in Youth, ed in maniera diversa da quel tanto che invece aveva animato La grande bellezza. C'è tanto in termini di immagini, di parole e soprattutto tanto in termini di silenzio. C'è, soprattutto, una lezione sulla vita che Paolo Sorrentino ci offre con inaspettata leggerezza e profonda ironia, lasciando sulla mensola l'Oscar e tutta la pressione che un premio del genere comporta. Il regista lo abbandona indietro e si concentra sulle immagini, e su una gestione degli attori che appare impeccabile: in testa un Michael Caine intenso e misurato, incastonato in una performance che lascia al corpo solo l'essenziale rendendolo quasi immobile in tutto tranne che nei momenti in cui le mani si muovono per dirigere - esprimendo invece un intero mondo attraverso lo sguardo in grado di raccontare luoghi lontani, amori difficili e perduti, rimpianti e rimorsi. Il resto del cast lo segue, danzando in maniera impeccabile all'interno di geometrie e chiaroscuri che la fotografia di Luca Bigazzi, in stato di grazia, eleva all'ennesima potenza avvolgendo i corpi, veri protagonisti, in un'estetica da premio. Un ensemble ed una messa in scena che restituiscono una potenza visiva di pari passo con le suggestioni sonore di una colonna sonora perfetta, a cui spetta il compito di lavorare come un vero e proprio personaggio fatto solo di suoni che accompagna il viaggio del protagonista. Paolo Sorrentino, ormai definibile come uno dei più grandi autori italiani viventi, con una misura da alchimista crea un vero e proprio elisir e poi lo serve agli spettatori, che se ne dissetano ad ogni fotogramma e a fine proiezione non possono fare altro che sorridere, grati per aver ricevuto in regalo il Cinema vero, con la C maiuscola. Quello che non ha bisogno delle parole ma semplicemente è, esattamente come la musica. Il nostro compito, il più facile ma allo stesso tempo anche il più difficile, è solo dargli la possibilità di entrarci dentro e lasciarci emozionare.

Youth - La Giovinezza Dopo l’Oscar a La grande bellezza il regista Paolo Sorrentino torna dietro la macchina da presa, cambiando tematiche e stile creando una pellicola meno allegorica della precedente ma non meno spettacolare dal punto di vista visivo. Il cast lavora in modo eccezionale, sopra tutti Michael Caine ed una sorprendente Rachel Weisz, che insieme a Jane Fonda è depositaria di due delle sequenze più intense ed emozionanti del film. Ben venga qualche tocco di autocelebrazione, se il risultato è un film dall'estetica potente raccontato con eleganza e garbo, senza mai strafare né perdersi per strada ma rimanendo accanto allo spettatore portandolo per mano fino alle sequenze finali. Youth è un lavoro maturo, particolare ed innegabilmente potente che renderà felici gli amanti dei suoi primi lavori pur dimostrando l'intenzione di evolversi all'interno di un percorso che sicuramente porterà Paolo Sorrentino molto lontano, in Italia e all'estero.

8.5

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