Recensione Womb

Eva Green in un dramma scabroso tra etica e amore

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A due anni dalla sua realizzazione, in un'estate distributiva quanto mai prodiga di recuperi (alcuni meritati, altri meno), arriva anche in Italia, grazie a Bolero, Womb, co-produzione europea (tra Francia, Ungheria e Germania) che vede come protagonista pressoché assoluta la ex-bond girl Eva Green, di recente sui nostri schermi nel Dark Shadows burtoniano. Diretto dall'ungherese Benedek Fliegauf, già autore nel 2004 del notevole Dealer (inedito nel Belpaese), il film affronta senza troppa paura temi scabrosi insiti in un nuovo possibile futuro, laddove la clonazione genetica umana sembra sempre più prossima, indipendentemente dai vincoli morali che possa suscitare nell'opinione pubblica. Un filo conduttore che inoltre riprende, seppur con le dovute diversità di sceneggiatura e sviluppo, un racconto morboso che in tempi recenti si era già potuto osservare nel discusso Birth, Io sono Sean di Jonathan Glazer dove la protagonista era un'altra bellissima come Nicole Kidman.

L'amore che non muore

Rebecca (Eva Green) e Tommy (Matt Smith) hanno nel loro passato una, platonica, love story infantile. Ma un giorno la allora bambina dovette partire per Tokyo, dove lavorava la madre, e abbandonare così il suo primo amore. Dodici anni dopo, ormai divenuta donna, Rebecca ritorna e incontra nuovamente Tommy, con il quale finalmente può iniziare una vera relazione. Il destino però diabolicamente li separa di nuovo, questa volta per sempre: il ragazzo infatti muore in un banalissimo incidente d'auto. Rebecca però non si da per vinta, e venuta a conoscenza di una clinica che impianta nell'utero femminile dei cloni di persone scomparse, sceglie di portare in grembo con sé per nove mesi il nuovo Tommy, ignara delle conseguenze che questa scelta avrà nel futuro suo e del figlio / ex-amato.

Nel grembo del nulla

A dispetto delle opere precedenti, Fliegauf qui pare perdere compattezza narrativa e stilistica, finendo per esasperare eccessivamente il ritmo, davvero troppo lento anche per un dramma etico di questo genere, e concentrando lo sguardo della visione sulla sua eterea protagonista, unico e vero motivo di interesse di un film imperfetto e pretenzioso. Solo la magnetica bellezza (e bravura, binomio assai raro di questi tempi) di Eva Green riesce infatti a rendere sostenibili gli oltre cento minuti del film, che si muovono tra situazioni al limite dell'assurdo neanche contestualizzate in un luogo fisico o temporale. Se al regista, anche autore della sceneggiatura, interessava l'aspetto morale della vicenda, questo traspare solo nel rapporto via via più teso tra Rebecca e "Tommy 2.0", ma il mondo esterno, eccetto due brevi sequenze, sparisce ben presto dalla vista dei due solitari interpreti, nascondendo le reali influenze che questi avrebbe portato nella psiche del giovane. Il mare, unico elemento costante e metafora di una grandezza dell'amore incapace di trascendere il naturale percorso dela vita infrangendosi sugli scogli del destino, diviene quindi una nuova dimora di possibile felicità, finché la verità non giungerà anch'essa a galla. Le presunte scene scabrose, anch'esse più suggerite che mostrate, perdono anche qualsiasi possibile -morboso lo precisiamo- sex-appeal, complice l'interprete maschile assolutamente irritante e incapace di tenere testa alla Green. Su tematiche diverse ma non dissimili, allora è salutare recuperare l'iberico Eva, dove si narrava anche lì di un'infanzia insolita e difficile, con elementi "fantastici", ma di ben altro spessore.

Womb Neanche Eva Green, comunque sempre in stato di grazia e unico valore aggiunto della pellicola, riesce a tenere in piedi Womb. Un'opera sfilacciata e pretenziosa, che dietro la maschera da film d'essai di carattere scabroso, nasconde un 'nulla' difficile da difendere e apprezzare, con inoltre un co-protagonista maschile a livelli imbarazzanti. Benedek Fliegauf firma il primo passo falso della sua onesta carriera, sbagliando soprattutto in fase di sceneggiatura, costruendo una storia dalle grandi potenzialità ma annegata in quel mare che è simbolo così ricorrente della visione.

4.5

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