Recensione Wild

Film di chiusura del Torino Film Festival, arriva in sala Wild del canadese Jean-Marc Vallée, che vede Reese Witherspoon protagonista di un lungo peregrinare attraverso le immense lande degli Stati Uniti alla riscoperta di sé stessa.

recensione Wild
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Una serie di tragici eventi, in primis la morte della madre e la dolente separazione dal marito Paul, indurranno Cheryl Strayed (Reese Witherspoon) a compiere un viaggio in solitaria attraverso gli Stati Uniti d'America, più precisamente lungo quello che è comunemente conosciuto come il Pacific Crest Trail (un percorso rigorosamente pedestre di oltre 1.600 Km e allineato con la porzione più alta delle catene montuose della Sierra Nevada). Un lungo tragitto a contatto con la Natura più selvaggia (e infatti il titolo è Wild) per sondare territori quasi inesplorati e le ‘porzioni' più oscure della propria esistenza, ripercorse attraverso numerosi flashback a rievocare il profondo legame con la madre (Laura Dern) e il fratello minore, e il rapporto conflittuale con un padre alcolista. Un viaggio in solitudine con il proprio io (e alla continua scoperta di tante altre solitudini che come lei hanno deciso di camminare per comprendere o comprendersi meglio) che riaprirà tutte le ferite, appaierà il sanguinamento dell'anima a quello dei piedi e del corpo, ugualmente afflitti dalle vesciche, per condurre poi entrambi verso una graduale cicatrizzazione. Eppure, nel profondo di una sofferenza acuta sviscerata attraverso il dolore reale del corpo, Cheryl affronterà il suo cammino di riconversione alla vita, nell'accettazione di sé stessa e delle proprie debolezze. Sarà dunque un modo per ripartire riconfermando con la sua firma in calce al alcune delle citazioni letterarie da lei più amate, e che poi sommate insieme daranno il senso ultimo di una rivelazione necessaria: "We are never prepared for what we expect". Una frase dello scrittore James A. Michener che così bene descrive l‘imprevedibilità della vita e la nostra sostanziale ‘impreparazione' a gestirne la casualità degli eventi, talvolta sorprendentemente belli ma non di rado incredibilmente tragici.

Wild vs Into the Wild

Riadattato da Nick Hornby per il grande schermo, il romanzo biografico di Cheryl Strayed "Wild - Una storia selvaggia di avventura e rinascita" arriva al cinema col titolo Wild. Quella che doveva essere una sorta di rivisitazione al femminile di quell'Into the Wild del 2008 a firma del talentuoso Sean Penn - ovvero un percorso di perdita nell'estrema purezza e durezza della Natura nel tentativo di ritrovarsi - insegue la forma del racconto naturalistico senza però riuscire a individuarne bene la sostanza. La Cheryl della Whiterspoon è catapultata nel percorso della sua catarsi senza grandi preamboli preparatori mentre il racconto tende a rimanere sempre troppo in superficie, alternato dai primi piani della protagonista con i flashback delle dolorose memorie passate. Un resoconto drammatico che non assume il giusto brio narrativo, lasciando poco spazio perché si sviluppi quel contatto viscerale con il territorio circostante che in Into the Wild invece originava e spiegava il senso della ricerca del sé. Di conseguenza l'opera di Jean-Marc Vallée risulta - nella forma - troppo canonica e monocorde perché ne emerga la voce potente di un'esperienza straordinaria. La schematicità del racconto, d'altronde, è la stessa che s'intravedeva già nel precedente Dallas Buyers Club ma che lì veniva - in buona parte - corroborata dalle ottime interpretazioni di Matthew McConaughey e Jared Leto. Qui, al contrario, Reese Witherspoon sembra gravata non solo dell'enorme zaino da trekking che porterà perennemente in spalla, ma anche dall'onere di una scrittura che non riesce a scavare nell'anima della sua storia. Poteva, in effetti, venirne fuori qualcosa di decisamente più intenso vista la matrice autobiografica e avventurosa delle vicende narrate.

Wild Dopo l’apprezzato Dallas Buyers Club, Jean-Marc Vallée torna al cinema con Wild, opera ispirata alle vicende autobiografiche di Cheryl Strayed e del suo viaggio alla riscoperta di sé stessa lungo il Pacific Crest Trail. Ma il film del regista canadese si rivela a conti fatti un po’ troppo canonico per esprimere il valore catartico di un percorso immersivo nell’essenza della Natura e, dunque, della vita stessa.

5.5

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