Whitney, la recensione del documentario sulla diva americana

Tra interviste, filmati di concerti e materiale audiovisivo inedito, Whitney ripercorre vita, successi e caduta della pop star Whitney Houston.

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Oltre centonovanta milioni di copie vendute, tra album e singoli. Quarantasei settimane al numero uno della classifica degli album più venduti. Sei Grammy Awards, due Emmy. Trentuno Billboard music Awards. Ventidue American Music Awards. Tre album in contemporanea nella Top Ten della Billboard 200 per due settimane. Con il primo posto nella classifica degli artisti di colore di maggior successo insieme a Michael Jackson, sono solo alcuni dei record attribuibili alla pop star Whitney Houston, nata nel 1963 nel New Jersey e deceduta nel 2012 in un hotel di Beverly Hills, a quanto pare a causa di un annegamento accidentale in vasca da bagno dovuto a un eccessiva assunzione di droghe e ad una malattia vascolare. Pop star il cui album d'esordio, tra l'altro, vendette oltre venticinque milioni di copie in tutto il mondo, e della quale il documentarista dalla carriera quarantennale Rudi Dolezal e il Nick Broomfield autore di Kurt e Courtney ripercorrono amori, scandali ed eccessi attraverso Whitney, che si rivela il ritratto da schermo di una grande donna di spettacolo forte, ma, allo stesso tempo, molto fragile.

La voce... della verità

Una donna che dichiarò "Posso essere la mia peggiore amica, ma anche la mia peggiore nemica" in un'intervista risalente al 2002 con la giornalista Diane Sawyer e che venne resa più insicura proprio dalla conquista del successo, pagando poi il prezzo della storia che lei stessa - che qualcuno non esitava a definire "creata da Dio" - aveva cambiato. Perché, senza alcun dubbio, le cantanti afroamericane che scalano oggi le classifiche non sarebbero mai potute esistere prima della Houston; la cui musica, oltretutto, era considerata anomala, sfacciatamente pop dai neri, tanto che non esitavano ad affermare che si era svenduta. Una musica che incluse, come è risaputo, la I will always love you che fece da soundtrack al Guardia del corpo in cui recitò nel 1992 accanto a Kevin Costner e che divenne la colonna sonora più venduta di sempre; come osservato nel corso della circa ora e mezza di visione che, tra gli altri, vede il sassofonista Kirk Whalum, l'assistente personale Mary Jones, l'amica e confidente Robyn Crawford e diverse figure di spicco della Arista Records prendere la parola. Come pure la cognata Tina Brown e le guardie del corpo Kevin Ammonds e David Roberts; man mano che, in mezzo a sequenze di concerti e materiali inediti riguardanti i familiari e la sfera privata, apprendiamo quanto Whitney - che da bambina chiamavano Nippy - fosse legata alla propria dimensione spirituale e quanto era più affezionata al padre che alla madre, la quale cantava gospel. Il gospel che era energia e passione anche per la stessa Houston, come testimonia un filmato che la trova impegnata a cimentarvisi in chiesa a soli dodici anni e che ne precede, invece, un altro relativo alla sua prima apparizione televisiva, risalente al 1983. Tutto a fondamentale corredo di un'operazione che non solo ci lascia apprendere quanto a colei che ci regalò Where do broken hearts go piacesse essere abbracciata e sentirsi protetta, ma ci porta anche a conoscenza di curiosi episodi quali l'overdose di cocaina durante le riprese di Donne o la Notte degli Oscar del 2000 a cui non poté prendere parte sempre per problemi causati dalla tossicodipendenza, secondo quanto raccontato dallo storico compositore Burt Bacharach. E, soprattutto per i fan, la commozione è assicurata.

Whitney Indagare in profondità la sua vita per capire le cause che, da un successo stellare, hanno portato Whitney Houston ad uno straziante declino artistico e personale. Con uno sguardo rivolto anche alla sua lunga storia d’amore con il marito Bobby Brown, fa questo Whitney, assemblaggio di interviste, filmati di esibizioni canore e molto materiale audiovisivo inedito atto a ripercorrere in circa novanta minuti l’esistenza di una delle più belle voci femminili della storia della musica, dichiarata nel 2006 l’artista più premiata e famosa di tutti i tempi dal Guinness dei Primati. Imperdibile per i fan, ma interessante anche per semplici appassionati di note.

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