Recensione White Bird in a Blizzard

Dopo Colpa delle Stelle Shailene Woodley cambia direzione e interpreta un'adolescente alle prese con la sparizione della madre

recensione White Bird in a Blizzard
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

L’assenza è sicuramente uno dei temi cinematograficamente più appetibili: confrontarsi con se stessi in seguito all’abbandono di una persona cara permette di indagare a fondo nei sentimenti umani, e racchiude gran parte del fascino di un racconto atto a sbrogliare una matassa emotiva in cui destreggiarsi non è facile. Al copioso numero di autori affascinati da questo tema si aggiunge anche Gregg Araki (Kaboom, Mysterious Skin) che firma la sceneggiatura e la regia di White Bird in a Blizzard - adattamento del romanzo di Laura Kasischke.
A confrontarsi con l’assenza è Kat Connors (Shailene Woodley), diciassettenne che da un momento all’altro si trova a fare i conti con la misteriosa sparizione della madre Eve (Eva Green) su cui nessuno, nemmeno la polizia, sembra riuscire a far luce. Tuttavia, né le sedute psicologiche né il conforto amicale sembrano aiutare Kat ad esprimere il suo dolore per questo improvviso trauma, che la giovane riesce solo a soffocare dietro una costante negazione: il suo processo psicologico viene giustificato in una prima parte in cui assistiamo ad un sistema familiare privo di amore, dove sguardi giudicanti ed urla di gelosia materna sembrano voler sostituire l’affetto e la comprensione. Camera fissa, una fotografia che si fa opprimente negli interni e disegna assieme a studiate inquadrature il fantasma di Eva Green che si fa sfuggente, inafferrabile, come se fosse già assente nella sua stessa presenza all’interno dell’inquadratura.

Vivere tra una madre insoddisfatta ed un padre anaffettivo

Nonostante alcuni momenti di interessante ricercatezza stilistica, l’assenza di una vera e propria direzione nella sceneggiatura finisce per trascinare White Bird in a Blizzard verso una costruzione ambigua, che vuole strizzare l’occhio al teen movie nella prima parte (musiche nelle cuffie, voce fuori campo) pretendendo poi di scivolare senza alcuna difficoltà verso il thriller a stampo noir, senza tuttavia riuscirci. Il trauma e la gestione dell’assenza materna durante la crescita di Kat vengono soffocati da una gestione incerta, che zoppica tra i sogni ghiacciati della protagonista (di dubbio gusto seppur funzionali) e continui flashback dedicati al personaggio di Eva Green, vestita e pettinata come una casalinga glamour degli anni ’50 con un pizzico di follia nello sguardo. Nonostante le buone interpretazioni ed una costruzione tecnica comunque sufficiente, la pellicola si trova quindi a fare i conti con una scrittura frammentata e debole, che non riesce mai a convincere del tutto lo spettatore e a trascinarlo all’interno della tensione emotiva che il film vorrebbe far respirare. Ne esce un ritratto adolescenziale povero, privo di una vera e propria direzione e di conseguenza di sostanza: uno scivolone che si può scusare a Shailene Woodley, probabilmente ansiosa di uscire dall’aura di fenomeni come Divergent e Colpa delle Stelle, in cui è fin troppo facile rimanere intrappolati, ma un po’ meno ad un’attrice come Eva Green: nonostante regali la performance migliore del film infatti - probabilmente aiutata anche dalla costruzione di fotografia e regia che su di lei sembrano dare il meglio di sé - è comunque decisamente sottotono e rimane comunque poco più che un’ombra, esattamente come il suo personaggio.

White Bird in a Blizzard Nonostante la bellezza di alcune immagini e la buona performance di Eva Green, White Bird in a Blizzard fatica a decollare, ancorato ad una sceneggiatura priva di direzione che non riesce mai a trascinare lo spettatore. Alcune buone idee, come il modo di tratteggiare la sessualità adolescenziale e quella più adulta e matura, vengono soffocate da una gestione lenta, confusa e totalmente a briglia sciolta, che finisce per disorientare lo spettatore e non convincere a pieno. Un'occasione sprecata, per un film che si lascia guardare ma di certo non colpisce.

5

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