Korea Film Fest

Recensione War of the arrows

Originale cappa e spada storico con protagonista l'arceria

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Parlare dei film in costume orientali è sempre complicato. La storia asiatica, e quella coreana in particolare, è spesso oscura allo spettatore occidentale. War of the Arrows di Kim Han-nim, tuttavia, è uno di quei film per cui non ci vuole un'enorme cultura storica, basta conoscere alcuni fatti e il film diventa assolutamente comprensibile. La Corea della dinastia Chosun viene conquistata nel 1627 dai mancesi Hòu Jīn ma, sebbene sconfitto, re Injo dei Chosun si allea segretamente con la dinastia cinese Ming. Scoperto il tradimento, nel 1636, i “barbari” mancesi invadono nuovamente i territori Chosun con un esercito di 120mila unità, tra mongoli, cinesi e mancesi.
War of the Arrows si svolge proprio durante la seconda invasione mancese, probabilmente una delle occupazioni più sanguinarie mai avute in Corea.
È in questo clima di guerra che Na-mi, figlio di un grande arciere morto per salvare lui e la sorella, vive presso la casa di Kim Moo-Sun. Una profonda amicizia lo lega a Seo-goon, che sta per sposare la sorella Ja-in. Ma l'invasione mancese cambia tutto. Il villaggio viene attaccato il giorno delle nozze e i due vengono presi come schiavi insieme a buona parte della popolazione.
Na-mi, abilissimo arciere a sua volta, parte alla ricerca della sorella e del suo sposo, ma il generale Ju Shin-ta, capo degli incursori mancesi, lo segue passo dopo passo pronto a catturarlo. I due si sfideranno in duello mortale che vedrà solo uno dei due sopravvivere.

La pellicola di Kim Han-min è un ottimo film in costume, un cosiddetto cappa e spada, ma qui non ci sono né cappe né spade. Infatti l'arma protagonista del film è l'arco, ed è questo elemento a cambiare tutti gli equilibri. Cambiano le coreografie di combattimento e cambia lo stile visivo della pellicola, passando dallo stile pulito e profondamente estetizzato solito del genere, ad uno stile più sporco e vicino ai personaggi che riesce però a mantenere la stessa forte estetica. L'uso della camera a mano durante le scene di combattimento aiuta a renderle maggiormente dinamiche, portando sullo schermo quelle sensazioni che solo un arciere esperto può provare. Infatti, quelle che il film porta in scena non sono battaglie campali tra grossi eserciti fatti di fanti e cavalleria, ma piuttosto piccole scaramucce. Na-mi utilizza le tattiche di guerriglia che più si prestano all'arco, strumento silenzioso che permette di attaccare a distanza e poi fuggire.
I combattimenti si trasformano quindi in qualcosa di altro, qualcosa che nel genere cappa e spada non è stato affrontato quasi mai, o comunque sempre concedendogli poca importanza. Quello che Kim Han-min riesce a fare, è donare all'arco quell'afflato epico che da sempre nasconde e che mai è stato portato alla luce. L'arco viene identificato con l'immagine della tigre, animale quieto, elegante ma pronto ad uccidere con un sol colpo. Potenza in divenire che rappresenta al meglio questo strumento di morte.

La struttura del film è quella classica del genere: la voglia di vendetta e riscatto di un popolo, si identifica in quella di un personaggio e così tramite le sue avventure si arriva ad una catarsi che lega a doppio filo il protagonista con il periodo storico trasformandolo in un Avatar del suo popolo. Un elemento salta all'occhio fin da subito, ovvero l'assenza di un antagonista pienamente cattivo. Infatti, a parte alcuni generali identificati come totalmente negativi, non c'è un vero e proprio cattivo. Il generale Ju Shin-ta incarna la fedeltà assoluta. Non è disegnato come un villain, ma unicamente come un soldato che esegue gli ordini ritrovatosi a a combattere un ribelle che ha ucciso il suo principe e che continua ad assassinare i suoi uomini e amici. Ju Shin-ta rappresenta così l'esatta controparte di Na-mi, lo specchio in cui la sua risolutezza e la sua voglia di giustizia si riflettono. A parti invertite Ju Shin-ta avrebbe fatto lo stesso. Quello che si sviluppa tra i due, così vicini nella loro diversità, è uno scontro di volontà, uno scontro tra doppi, due cecchini, che diventano la controparte asiatica di due famosi cecchini del cinema occidentale: Jude Law ed Ed Harris ne Il Nemico alle Porte di Jean-Jacques Annaud.

War of the arrows War of the Arrows è un ottimo film che porta in scena un soggetto poco sfruttato dal genere del cappa e spada. L'arceria è sempre stata un'arte marziale messa in secondo piano rispetto a quelle d'arma bianca e con questo film riesce a guadagnarsi un posto tutto suo all'interno del genere. La forza della sceneggiatura, che riesce a tenere lo spettatore attaccato alla sedia senza mai stancarlo; le ottime scenografie, con un ottimo contrasto tra la location boschiva e quella della pianura brulla e quasi desertica; e infine la potenza delle immagini - iconico lo scontro finale, con forti echi dai duelli western - rendono War of the Arrows forte come un arco e penetrante come una freccia.

7.5

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