Recensione Viviane

Lucido ritratto dell'iniquità insita nel diritto di famiglia isrealiano che rilancia il dramma femminile della non libertà

recensione Viviane
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Israele, giorni nostri. Secondo il codice del diritto di famiglia israeliano, il divorzio può essere accordato solo dal tribunale rabbinico e in base alla volontà del coniuge maschio di ‘concederlo'. Per questo motivo Viviane Amsalem (interpretata da Roni Elkabetz che scrive e dirige questo film assieme al fratello Shlomi) è intrappolata da oltre tre anni nel limbo di un ‘dibattimento' del tutto atipico che - infine - non sembra volergli riconoscere in alcun modo la sua libertà. Ritrovatasi di mese in mese e anno in anno sempre tra le quattro mura bianche del tribunale e di fronte a una ‘giuria' di rabbini sostanzialmente non interessati a risolvere il suo ‘caso', la protagonista Viviane smarrirà nel corso della storia la sua singola identità narrativa per rappresentare invece la totalità di un dramma femminile molto più ampio, determinato dall'anomalia di dinamiche sociali che sembrano essere ancora oggi a vantaggio del mondo maschile (in Israele, ma non solo). Durante i lunghi anni di estenuante attesa di una risoluzione del caso di divorzio (richiesto e auspicato da Viviane per la sostanziale mancanza di un vivere sereno, felice, nella condivisione di una prospettiva comune con il marito) si avvicenderanno nell'aula di tribunale amici e parenti di lei (Viviane) e di lui (Elisha), tra momenti drammatici e momenti di un'ironia beffarda dai quali emergerà il profilo amaro di una società disinteressata alla felicità del singolo (specie se donna) ma solo impegnata nella difesa delle apparenze, di quell'icona famigliare che prevede l'unità matrimoniale (e famigliare) a qualsiasi costo. Un po' quello che accadeva anche da noi fino a qualche decina di anni fa e che ancora accade in certe realtà periferiche dove ‘Una separazione' è in grado di minare gli equilibri sociali della micro e macro famiglia ed è dunque - di fatto - non auspicabile.

Dalle parti di Una separazione

Con Viviane siamo ancora una volta dalle parti del tema di Una separazione che richiama alla mente l'opera omonima di Ashgar Farhadi (Orso d'oro al Festival di Berlino 2011), dalla quale i fratelli Elkabetz riprendono il dramma umano, che anche qui mostra il profilo di una femminilità più consapevole e determinata a fronte di un maschilismo sostanzialmente più incapace di accettare le varie declinazioni della sconfitta. Ma qui - rispetto al film del regista iraniano - il fuoco della narrazione assume i contorni più definiti del dramma legale, dove a fare da traino sono la serie di rimandi e ripetizioni di scene quasi tutte uguali, speculari, in cui si evolve il senso asfittico e di esasperazione legato alla stasi, alla cristallizzazione logorante di una situazione paradossalmente non risolvibile. Lei vuole il divorzio, ma lui no. Eppure è lui che deve concederlo, e nessuno può imporglielo. Ed è proprio all'interno di questa anomalia concettuale prima ancora che legale che Viviane sviluppa il dibattito di una libertà negata, di un esser donna osteggiato in primis dalle regole sociali condivise - non solo dagli uomini ma anche dalle stesse donne. Le inquadrature quasi immobili di luoghi e volti sempre uguali, che fanno da cornice a un parlare a vuoto che sembra non condurre mai a nulla, rappresentano l'impianto minimalista di quest'opera che lavora proprio nella creazione di una rottura tra formalità e sostanzialità. Una forma inalterata che determina (di fatto) anche la stasi del contenuto. Anche se, infine, la forza della determinazione femminile otterrà un suo riconoscimento morale, pur nella consapevolezza di aver sostenuto una lunga battaglia, speso un pezzo della propria vita a sostegno e riaffermazione di quello che invece dovrebbe essere il diritto inalienabile di libertà riconosciuto a ogni cittadino. Idealmente terzo capitolo di una trilogia iniziata con To Take a Wife (2004) e proseguita con Seven Days (2008), Viviane porta infine in scena la realtà di non conciliazione tra lo stato (nella fattispecie quello israeliano) e una condizione femminile ancora troppo distante da un auspicabile 'ideale' di società democratica e basata sull'equità tra sessi.

Viviane I fratelli Roni (anche protagonista femminile del film) e Schlomi Elkabetz portano al cinema un’opera a metà tra dramma sociale e legale che si muove attorno al tema di un divorzio non concesso e di una libertà femminile subordinata - suo malgrado - alla volontà maschile. Un impianto estremamente minimalista che trova nella reiterazione, e nel quasi immobilismo di certe scene il mezzo per narrare della stasi logorante a cui verrà costretta la protagonista femminile Viviane. Un film che mette a fuoco ancora una volta il disagio femminile in un contesto sociale per molti (troppi) versi ancora troppo subordinato ai dettami e alle volontà del mondo maschile.

7

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