Recensione Vino dentro

Un inedito racconto faustiano all'italiana di matrice alcolica per Ferdinando Vicentini Orgnani

recensione Vino dentro
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Al fine di capire meglio per quale motivo, per il protagonista Giovanni Cuttin alias Vincenzo Amato, tutto comincia con il primo sorso di vino della sua vita, un "Marzemino" tipico della provincia di Trento, citato da Lorenzo Da Ponte nel suo libretto per il Don Giovanni di Mozart, è forse necessaria questa precisazione del regista Ferdinando Vicentini Orgnani, autore, tra l'altro, di Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni (2003) e del documentario Sessantotto - L'utopia della realtà (2006): "Se un film finisce sempre per diventare, per chi lo progetta e lo realizza, qualcosa di molto personale, in questo caso il mio coinvolgimento, per diversi motivi, è ancora più forte. La mia famiglia produce vino dal 1946 e sono cresciuto in Friuli in mezzo a un grande vigneto. Dopo il terremoto del 1976 che ha devastato la regione, la mia vita ha preso un'altra direzione, ma l'interesse per quel mondo è sempre rimasto. Da diversi anni penso a una storia che graviti intorno al ‘mondo del vino', non solo per mettere a frutto un vantaggio di conoscenza della materia che oggettivamente mi ritrovo ad avere, ma anche perché sono convinto che un film italiano sull'argomento potrebbe interessare un pubblico molto ampio anche fuori dai nostri confini".

Mezzogiorno di Faust

Infatti, è dopo aver assaporato quella goccia di nettare rossosangue che l'uomo, in tre soli anni, si trasforma da timido impiegato di banca e marito fedele in direttore, tombeur de femmes e più riverito e stimato esperto italiano di vino, proprio come gli aveva predetto l'enigmatico "professore" che lo ha convinto ad assaggiare la sostanza alcoolica.
Il "professore" incarnato dal Lambert Wilson di Matrix reloaded (2003) e Catwoman (2004) che, però, non lo aveva avvisato del fatto che sarebbe stato accusato dell'omicidio della moglie Adele, ovvero Giovanna Mezzogiorno, tanto da finire per essere messo sotto torchio dal commissario Sanfelice, interpretato da Pietro"Smetto quando voglio"Sermonti.
Perché è proprio tramite quanto raccontato a quest'ultimo da Cuttin che, ricorrendo ad una narrazione basata sul montaggio alternato, seguiamo la circa ora e mezza di visione, liberamente ispirata al romanzo Vino dentro di Fabio Marcotto e che si concretizza, in fin dei conti, in una rivisitazione enoica del Faust scritto nel 1808 da Johann Wolfgang von Goethe.
Del resto, man mano che troviamo in scena - svestita all'occorrenza - anche la Daniela Virgilio della serie televisiva Romanzo criminale, si sfiora in un certo senso l'horror nella ricerca della verità, nascosta in un terreno a suo modo ai confini della realtà dove risulta sempre più difficile distinguere i fatti dalla loro proiezione onirica.
Un terreno in cui, mentre viene ribadito che l'onestà è una qualità rara sia nelle persone che nei vini, il lungometraggio, impreziosito dalla fotografia dell'infallibile Dante Spinotti, si addentra miscelando di continuo il registro del noir con quello della commedia; ma conferendo, allo stesso tempo, l'impressione che diverse situazioni siano più involontariamente ridicole che comiche... al servizio di un piuttosto confuso elaborato che, probabilmente in aria di metaforica denuncia nei confronti delle logge massoniche, rischia non poco di far giungere ubriaco di noia lo spettatore ai titoli di coda.

Vino dentro Liberamente tratto da un romanzo di Fabio Marcotto, il lungometraggio di Ferdinando Vicentini Orgnani sfrutta un ottimo Vincenzo Amato per raccontare su schermo una vicenda di taglio faustiano ambientata nell’universo dei vini. Ciò che ne viene fuori, però, è una non molto coinvolgente operazione che, in parte eccessivamente di taglio teatrale, in parte tutt’altro che distante dalle fiction televisive nostrane, miscela in maniera piuttosto maldestra il noir e la commedia.

5

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