Recensione Vietato morire

Distribuzione indipendente porta nelle sale del suo circuito l'opera prima Mai morire

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La nuova stagione di Distribuzione Indipendente (canale di distribuzione cinematografica che scorre parallelo a quello del mainstream con l'obiettivo principe di dare spazio a opere generalmente schiacciate dalle regole commerciali del circuito distributivo canonico) lancia come titolo numero due del catalogo 2013 Vietato Morire, opera prima del giovane regista ventiquattrenne Teo Takahashi. Un'opera che nasce dell'urgenza di rappresentare e promuovere un dibattito e una riflessione societari attorno all'estrema marginalizzazione di certe realtà, in questo caso quella delle comunità che si adoperano (con mille difficoltà e sempre troppi pochi aiuti) nel tentativo di aiutare chi è rimasto impigliato nei tentacoli della tossicodipendenza. Spronato dunque da questo input sociale muove i suoi passi Vietato Morire, sorta di docu-fiction (in cui vere persone sono chiamate a raccontare il loro quotidiano) che s'immerge nella realtà romana di Villa Maraini (Una Onlus attiva dal 1976 e impegnata su molteplici fronti come Unità di strada, telefono in aiuto, emergenza, centro clinico, centro di accoglienza diurno e notturno, comunità terapeutica, cooperativa) e della sua quotidiana opera di sostegno di realtà sociali complesse e sempre più dimenticate. Vietato morire s'impegna dunque a raccontare una realtà dove regna la compassione, sentimento sempre più negletto che indica la capacità di mostrare sensibilità nei confronti del prossimo portando a galla la propria umanità in un contesto societario dove è invece la ghettizzazione dell'individuo a farla da padrone, nonché il mezzo più semplice e sbrigativo per sbarazzarsi delle situazioni più complesse.

Ragazzi di vita (o di morte)

Alla sua opera prima il giovane Teo Takahashi porta alla luce da un lato il veloce processo di responsabilizzazione umana e progressivo distacco da tutti gli aspetti vitali cui va incontro un tossicodipendente, e dall'altra lo sforzo congiunto di chi ogni giorno si batte per salvare anche solo una vita da quel lento morire. Takahashi usa il suo giovane occhio con sensibilità per ritrarre una generazione di suoi coetanei (e non) annientata dall'ombra di una sostanza che si sostituisce gradualmente alla vita, minando progressivamente tutto il potenziale di sogni, aspettative, possibilità che (più o meno) un'esistenza di solito promette. In tempi di profonda instabilità e diffuse incertezze, la dipendenza rappresenta quel lento processo di consegna della propria chance di vita nelle mani di un surrogato chimico che possa prendersi la responsabilità di decidere inopinatamente della vita o della morte, in qualsiasi momento, privando totalmente l'individuo del proprio inalienabile diritto al libero arbitrio. Esistenze vere prestate al realismo della finzione che riflettono le immagini di una quotidiana lotta, confusa, sempre troppo individuale, mai sufficientemente sostenuta dalle istituzioni. Un centrifugato di rabbia, delusione, depressione che si mischiano senza tregua e che Takahashi prova a seguire con il suo stile talvolta forse troppo discreto o troppo poco incisivo, che si muove incerto tra documentario e finzione e che resta infine troppo ai margini di quella realtà che vorrebbe adoperarsi per raccontare da vicino. Ma l'utilizzo del primo piano resta (purtroppo) solo formale. Con il riferimento di Pasolini da un lato e l'esigenza di un racconto sociale dall'altro, via facendo Takahashi perde un po' la chiave del suo ritratto e finisce per fare un ‘film di strada', dove le voci si accavallano mancando di un tono comune. Restano il coraggio, la forza e la sensibilità di fondo che nutrono questo lavoro, e resta (intatta) la riflessione sulle tante realtà che (quotidianamente ignorate dal mondo ‘dei normali') proseguono la loro solitaria battaglia per la vita (forse).

Vietato morire Il ventiquattrenne Teo Takahashi firma con Vietato Morire la sua opera prima, docufilm che segue le storie intrecciate di gente egualmente legata al mondo della tossicodipendenza. Al di là delle intenzioni, senza dubbio pregevoli di indagare realtà così scomode e spesso facilmente dimenticate, Takahashi manca di conferire al proprio film un'unitarietà stilistica e un imprinting di contenuti che possa avvicinare lo spettatore non solo al tema ma anche alle storie che nei 70 minuti di pellicola si alternano davanti ai suoi occhi. Un esordio che mostra Takahashi per la genuinità delle sue intenzioni ma che, sin dal paradosso del titolo, indica anche la necessità di un approccio artistico più coeso e incisivo.

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