Recensione Vicini del terzo tipo

Ben Stiller a caccia di extraterrestri

recensione Vicini del terzo tipo
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Con il passare del tempo e il progressivo evolversi della fantascienza abbiamo imparato a chiamarle in tanti modi, da alieni a extraterrestri.
Sono le creature provenienti da altri pianeti, le quali, se all'interno della sci-fi americana degli anni Cinquanta non hanno potuto fare a meno di incarnare su celluloide il pericolo comunista nel pieno della Guerra fredda, sono state spesso ritratte da Steven Spielberg ed emuli come pacifici esseri pronti a stringere amicizia con l'umanità; quando non rappresentate da temibili mostruosità del calibro di Predator o dello sfonda-crani della serie Alien.
Ma, tra un Ho sposato un'aliena (1988) di Richard Benjamin e un Paul (2011) di Greg Mottola, non è certo un fatto poco noto che i più o meno simpatici abitanti dello spazio abbiano finito spesso per essere sfruttati, inoltre, nell'ambito della commedia; come avviene anche in questo secondo lungometraggio cinematografico a firma dell'Akiva Schaffer che, proveniente dal Saturday Night Live, diresse Hot rod-Uno svitato in moto (2007).
Lungometraggio il cui titolo italiano, oltretutto, richiama curiosamente alla memoria quello del poco conosciuto I cari vicini di casa (1990) di Michael Lehmann, nel quale veniva raccontata la vicenda di una famiglia di giganteschi insetti amazzonici camuffatisi da comuni abitanti di una cittadina dell'Ohio.

Mostri della risata contro alieni

Lungometraggio che, su script di Jared Stern - sceneggiatore de I pinguini di Mister Popper (2011) - e dell'accoppiata formata dall'attore Seth Rogen e dal compagno di scrittura Evan Goldberg (Strafumati e The green hornet), vede Ben Stiller nei panni di Evan, responsabile del grande esercizio commerciale Costco, il quale, nella cittadina di Glenview (guarda caso, nell'Ohio), s'improvvisa guardiano del vicinato insieme allo scatenato padre di famiglia Bob, l'apparentemente duro Franklin e il divorziato in cerca d'amore Jamarcus; rispettivamente con le fattezze di Vince Vaughn, Jonah Hill e Richard Ayoade.
Un quartetto tutt'altro che temibile, al di là di quanto vorrebbe esserlo, che, in seguito alla misteriosa morte di un agente della sicurezza, si imbatte sia in qualcosa che lascia una scia di roba verde appiccicosa e una sorta di tentacolo, sia in uno strano strumento simile a una palla da bowling, ma che sprigiona un pericoloso raggio di energia.
Quindi, un quartetto che potrebbe quasi richiamare alla memoria, vagamente, quello protagonista della serie Ghostbusters, ma che, come già accennato, non si trova ad avere a che fare con presenze fantasmagoriche.
Anche se Schaffer, tra un'impressionante estirpazione di un cuore eseguita a mani nude ed il look delle creature che tanto ricorda quello del Pumpkinhead visto nell'omonima saga splatter, non sembra affatto rinunciare a un neanche troppo celato tocco horror.
Concependo un elaborato tecnicamente valido, ma che, appunto, non riesce a lasciar bene intendere quale strada voglia prendere.
Perché, se da un lato mira a fornire l'immancabile morale hollywoodiana relativa all'importanza dell'amicizia e a divertire in più occasioni lo spettatore, complice in particolar modo la buffonaggine di un Vaughn in vena di immaturo intrattenimento, dall'altro lo investe di sangue e frattaglie.
Insomma, sembra quasi di assistere a uno dei primi splatter di Peter Jackson (si pensi solo a Bad taste-Fuori di testa), con la differenza che qui a fare da richiamo non è una stramba trovata da prodotto indipendente, ma i rassicuranti nomi grossi in cartellone... perciò, qualcuno potrebbe rischiare di rimanere deluso.

Vicini del terzo tipo Su sceneggiatura, tra gli altri, del Seth Rogen protagonista di Molto incinta (2007) e Zack & Miri-Amore a... primo sesso (2008), il secondo lungometraggio cinematografico di Akiva Schaffer punta su quattro volti noti della produzione comica a stelle e strisce per regalare oltre un’ora e quaranta minuti di visione destinata a fondere una storia d’invasione aliena con la maniera americana di far ridere. Il risultato è uno spettacolo piuttosto scorrevole e tutt’altro che disprezzabile per quanto riguarda la confezione tecnica proto-blockbuster, ma anche non poco atipico nel panorama generale della Settima arte. Perché, pur trattandosi di una commedia, non sembra risparmiare, in alcuni momenti, corpi dilaniati e splatter; spingendo a chiederci per quale tipologia di pubblico è adatto, se consideriamo il fatto che i seguaci dell’horror storcerebbero il naso dinanzi alla presenza di Stiller e compagni, mentre i fan di questi ultimi potrebbero venire impressionati dalle occasionali situazioni di violenza incluse.

6

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