Recensione Viaggio in Paradiso

Mel Gibson pericolosamente in Messico

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Cosa era "El Pueblito"? Ufficialmente chiamata el Centro de Readaptacion Social de la Mesa e costruita nel 1956 a Tijuana per ospitare duemila prigionieri nel quadro di un nuovo esperimento correttivo permettendo alle famiglie dei carcerati di rimanere vicino ai loro cari durante la reclusione, era conosciuta come la peggior prigione di tutto lo stato del Messico, un incubo di violenza, corruzione e sovraffollamento.
Proprio la prigione in cui finisce per ritrovarsi Driver, cui concede anima e corpo Mel Gibson, il quale, in fuga a tutta velocità dalla polizia con un corpo sanguinante sul sedile posteriore dell'automobile dopo aver portato a compimento un grande colpo da milioni di dollari che gli avrebbero permesso di trascorrere una bella vacanza estiva, varca il muro di confine e precipita in territorio messicano, dove viene fermato dalle autorità del posto.
Ed è soltanto l'inizio di una tutt'altro che tranquilla avventura che vede l'uomo riuscire a sopravvivere grazie all'aiuto di un ragazzino di dieci anni interpretato da Kevin"Lo spaventapassere"Hernandez, mentre tenta di fronteggiare in qualsiasi modo due diversi gruppi di malavitosi non poco interessati a impossessarsi della sua ingente somma di denaro sporco.

Mel, spara o muori!

Quindi, se il titolo italiano della pellicola potrebbe erroneamente spingervi a pensare a una trasposizione su celluloide dell'ultimo romanzo pubblicato da Mark Twain, sappiate che qui, con un cast comprendente anche il Peter Stormare di Fargo (1996) e il Daniel Giménez Cacho di Nicotina (2003), ci troviamo all'interno di una vicenda di ben altro tipo, con un polveroso Messico brutto, sporco e cattivo, in fin dei conti tutt'altro che distante da quello protagonista della trilogia rodrigueziana del mariachi dal grilletto facile.

Vicenda che, scritta dallo stesso Gibson insieme a Stacy Perskie e al regista Adrian Grunberg, qui al suo debutto dopo anni trascorsi a fare l'aiuto (anche per Apocalypto, diretto, guarda caso, da Mr. Arma letale), presenta, proprio come diversi dei lungometraggi firmati dall'autore di Machete (2010), le fattezze di un violento, moderno western.
Del resto, al di là di un piccolo aspetto della trama che sembra quasi rimandare a Shoot ‘em up-Spara o muori (2007) di Michael Davis, il plot non può fare a meno di richiamare alla memoria quello che fu alla base del super classico Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone.
E diciamo che, al di là dell'avvincente inizio con un Driver post-furto travestito da clown, il dinamismo non è che regni proprio sovrano, tra lenti ritmi narrativi e perfino un incontro di catch che vede coinvolto il mitico lottatore mascherato Blue Demon.
Ma, sebbene il rischio fiacchezza risulti spesso imminente, è soprattutto nel corso della seconda parte che i circa novantacinque minuti di visione provvedono a fornire i loro momenti più coinvolgenti e interessanti, caratterizzati da non indifferenti spargimenti di cadaveri.
Con uno scontro a fuoco influenzato in maniera evidente dal cinema di Sam Peckinpah, del quale vengono ripresi anche gli schizzi di sangue al ralenti de Il mucchio selvaggio (1969), e tutt'altro che fastidiose spruzzate d'ironia (abbiamo anche Gibson che si spaccia telefonicamente per Clint Eastwood).

Viaggio in Paradiso Aiuto regista, tra gli altri, di Sam Mendes e Oliver Stone, Adrian Grunberg dirige il suo primo lungometraggio firmandone anche la sceneggiatura insieme a Stacy Perskie ed al protagonista Mel Gibson. Un polverosissimo, moderno western che sembra guardare in parte a Robert Rodriguez, in parte (buona parte) a Sergio Leone. Con ritmi narrativi non sempre incalzanti e un violento secondo tempo che incarna la fase più riuscita dell’operazione, stemperata in maniera sapiente con tutt’altro che fastidiose dosi d’ironia (si pensi solo alla “visita” nell’ufficio di Mr. Kaufmann).

6

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