Berlinale 65

Recensione Vergine Giurata

Laura Bispuri porta a Berlino la storia di Hana, ragazza albanese che diventa un uomo per sfuggire all'oppressione femminile

recensione Vergine Giurata
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Nelle desertiche lande di un villaggio albanese, il silenzio è rotto soltanto dalle gocce di innevata pioggia che cadono tra i boschi, muovendo le foglie. Il freddo e la neve contribuiscono a dare a quei luoghi un tocco atemporale che, come un incantesimo, colpisce anche le famiglie che ci vivono. Quella di Hana (Alba Rohrwacher) scompare prematuramente e da adolescente si ritrova all’interno di un nuovo nucleo, con una sorella acquisita ed un padre che come tutti nel villaggio tiranneggia le donne di casa. A loro non è permesso uscire da sole, non è permesso parlare prima degli uomini, bere prima degli uomini. Non è permesso guidare, avere un’opinione, vivere. Una situazione di compressione che ha come unica via d’uscita per Hana quella di un giuramento che la costringe ad abbandonare il proprio corpo e a vestire i panni di un uomo all’interno della sua società, trasformandola quindi in una Vergine Giurata che da quel momento in poi si chiamerà Mark. Un cambiamento radicale, una costrizione corporea che si esprime in vestiti larghi e fasce che nascondono il seno, a cancellare una femminilità maledetta e castrante, con cui Hana/Mark riuscirà a fare i conti solo molti anni dopo.

Progressiva libertà di un corpo congelato

All’interno di una narrazione tripartita, il primo lungometraggio di Laura Bispuri si muove tra le pieghe della vita di Hana, raccontandone l’infanzia, l’adolescenza e l’attuale ricerca della sorella trasferitasi in Italia, nella speranza di trovare il suo definitivo posto del mondo. Attraverso un montaggio che mira a staccare i tre momenti anche in maniera stilistica, Laura Bispuri accentua le differenze regalando alle sequenze presenti lunghi piani sequenza che non sembrano volersi staccare dalle spalle ricurve di Mark, e che contribuiscono a far respirare allo spettatore quell’aria di realismo che si stacca dal passato, più tagliato e più tagliente. Al corpo di Alba Rohrwacher la regista fa sorreggere gran parte del film, affidandole l’enorme compito di rappresentare una mascolinità forzata prima e la scoperta della femminilità poi, lavoro che purtroppo alla talentuosa attrice riesce solo a metà. Le sofferenze interiori di Mark sono solo accennate ed il grido disperato di Hana, soffocata all’interno di una società castrante, non riesce ad essere udito dallo spettatore. Non aiutano i personaggi di contorno, soprattutto Emily Ferratello a cui viene affidato l’importante compito di agire da coscienza femminile del personaggio: la sua Jonida è raffazzonata, forzata, totalmente mancante di naturalismo.

Un viaggio verso la libertà

Quello che invece pare riuscire a Laura Bispuri è il racconto di un viaggio all’interno dei dettagli: è nei vestiti troppo grandi, nelle fasce costrittive e nei boxer maschili che la vera lotta di Hana riesce ad esprimersi. Allo stesso tempo il racconto del passato si fregia, grazie anche alle ragazze albanesi che interpretano le due sorelle in giovane età, di un potente realismo che accompagna qualsiasi tipo di rituale: i momenti in cui ci immergiamo davvero in quella cultura per riuscire a scavare all’interno della vicenda di Hana sono infatti quelli in cui la regista mostra il generale per spiegare il particolare. Il giuramento da Vergine Giurata, il funerale, il racconto dell’ingombrante patrigno che spiega alla figlia quella tradizione segnandone di fatto il destino. La stessa sorte purtroppo non tocca il racconto presente, in parte per la già citata interpretazione di Alba Rohrwacher ed in parte a causa di un ridondante simbolismo: ragazze che corrono nel centro commerciale, ennesimo stancante felliniano omaggio, il nuoto sincronizzato come espressione di una femminilità libera eppure costretta in forzati sorrisi e trucco marcato, sono solo alcuni tra gli elementi specchio di un linguaggio che ci si aspetterebbe superato - e che invece torna costantemente, spauracchio invisibile di ogni moderno cineasta italiano da cui non ci si riesce (o non si vuole?) liberare.

Vergine Giurata Con l’enorme responsabilità di una presentazione in Concorso al 65° Festival di Berlino, il primo lungometraggio di Laura Bispuri si presenta come un film dagli spunti interessanti, con buone idee e dalle intenzioni ben realizzate. Tuttavia, quella che sembrava essere una boccata d’aria fresca non riesce a staccarsi dai soliti linguaggi, e da un fantasma del cinema passato cupamente presente soprattutto nella narrazione dedicata al presente di Hana. La pellicola tenta la trasmissione di un messaggio universale sulla condizione della donna, ma paradossalmente riesce a funzionare solo nelle scene dedicate alla storia (tratta dall’ispirazione letteraria dovuta al romanzo di Elvira Dones)

5.5

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