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Valerian e la Città dei Mille Pianeti: la recensione del film di Luc Besson

Vent'anni dopo Il quinto elemento, Luc Besson torna a dirigere una space opera con Dane DeHaan e Cara Delevingne. Ecco cosa pensiamo del film.

recensione Valerian e la Città dei Mille Pianeti: la recensione del film di Luc Besson
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Un accordo di chitarra inconfondibile e lo schermo in formato 4:3 che lentamente si allarga aprono in maniera eloquente Valerian e la città dei mille pianeti. Intanto la pellicola dalla grana invecchiata mostra il primo allunaggio dell'uomo: ma non c'è tempo per meravigliarsi, così sulle note di "Space Oddity" di David Bowie ha inizio una progressiva successione di immagini che raccontano la storia dei nostri viaggi nello spazio, delle nostre conquiste, dell'incontro con lo straniero. E come in poesia, il montaggio ci regala sotto forma di anafora la stessa meravigliosa allegoria di pace. Una stretta di mano fra popoli, ripetuta fino quasi all'esasperazione, qualcosa a cui forse non siamo più tanto abituati. Ci ritroviamo così catapultati circa quattrocento anni dopo il 2151, e lo sguardo prima rivolto alle stelle cade su un pianeta chiamato Mül; una specie di paradiso dalle spiagge dorate e acque cristalline abitato da curiosi esseri angelici che vivono di pesca e frutti. Sarà l'inaspettato arrivo del nemico (e non sveliamo altro) ad interrompere questo delicato equilibrio e a scatenare la corsa alle armi dei due agenti speciali Valerian (Dane DeHaan) e Laureline (Cara Delevingne).

Una space opera visivamente incredibile

Estetica digitale e grammatica autoriale trovano una degna espressione artistica nella monumentale space opera di Luc Besson, di ritorno al genere sci-fi dopo Il quinto elemento, adattamento per le sale della graphic novel francese Valérian et Laureline di Pierre Christin, apparsa la prima volta nel 1967 sulla rivista Pilote, dagli importanti numeri produttivi; tuttavia, nonostante i 200 milioni di budget e la distribuzione estiva nei circuiti americani, il blockbuster più costoso mai realizzato in Francia non ha ottenuto i risultati sperati. Complice forse l'attuale concorrenza di titoli speculari o la difficoltà di individuare un target preciso (Bambini? Adolescenti? Adulti?), Valerian e la città dei mille pianeti sta scontando, a nostro parere, un'ingiusta pena non del tutto dipendente dai propri limiti. Certo l'estenuante minutaggio e diverse sequenze eccessivamente didascaliche sono il difetto maggiore, come l'assenza di sorprese e un arco narrativo estremamente elementare, ma stiamo pur sempre parlando di una pellicola che paga il suo cattivo tempismo. Arrivando anni luce - è il caso di dirlo - dai vari Star Wars, Star Trek, Avatar e la lista sarebbe infinita. Pertanto è necessario fare questa premessa e di seguito addentrarci nell'analisi tecnica della nuova fatica del regista francese.

Colori cangianti e sfumature pastello

Sull'estetica del film si fonda il vero valore aggiunto della pellicola, curata nel minimo dettaglio e sublimata da un uso del 3D sapiente, tutto di contorni e profondità, colori cangianti e sfumature pastello. L'universo non è mai stato così accogliente. Un risultato visivamente incredibile e storicamente possibile grazie al progresso in campo digitale degli effetti speciali e della computer grafica, tra le cose migliori realizzate nell'ultimo decennio. L'esperienza della sala torna così ad un livello immersivo, dove la realtà esterna cede il passo alla meraviglia, annullando le barriere dell'incredulità e divertendo lo spettatore per due abbondanti ore di buon cinema di intrattenimento. Non mancano i problemi, già brevemente citati, in quest'opera dal ritmo sostenuto che si perde nelle sue parentesi esplicative: la bella overture in ascolto di Bowie anticipa una lunghissima (troppo) introduzione al mondo del pianeta Mül, e allo stesso modo gli snodi narrativi vengono sciolti soltanto dopo tempi diluti e scene spalmate su una durata debilitante per la godibilità finale del prodotto.

Un futuro che racconta il nostro presente

Tuttavia, e questo va a consolidare l'idea che Valerian e la città dei mille pianeti non sia affatto il disastro annunciato, restano invisibili all'occhio ma pulsanti nell'anima del film certe riflessioni su un futuro plausibile in cui proiettare tutti i drammi e le piaghe sociali del nostro presente: la difficile, ma possibile, convivenza fra popolazioni diverse; lo sfruttamento delle risorse naturali; le crisi economiche a cui porre rimedio. Insomma è nel fattore umano e nelle tematiche sempre più attuali, visto l'andamento della società, che Luc Besson trova la chiave di lettura di una fantascienza che sogna prospettive utopiche (qualcuno direbbe distopiche, tanto sono difficilmente realizzabili) in una realtà al contrario crudele e violenta che non ammette scenari uguali a quelli raccontati in Valerian. In questa epica moderna gli autori cercano risposte e non sempre vengono compresi.

Valerian e la Città dei Mille Pianeti Grazie a Valerian l’esperienza della sala torna ad un livello immersivo, dove la realtà esterna cede il passo alla meraviglia, annullando le barriere dell’incredulità e divertendo lo spettatore per due abbondanti ore di buon cinema di intrattenimento. Non mancano i problemi in quest’opera dal ritmo sostenuto che si perde nelle sue parentesi esplicative, ma il risultato è comunque piacevole e trova la sua chiave di lettura nel fattore umano e nelle tematiche sempre più attuali, visto l’andamento della società. Una fantascienza insomma che sogna prospettive utopiche (qualcuno direbbe distopiche, tanto sono difficilmente realizzabili) in una realtà al contrario crudele e violenta.

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