Recensione Un ragazzo d'oro

Sharon Stone e Riccardo Scamarcio al servizio del nuovo Pupi Avati

recensione Un ragazzo d'oro
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Chi sarà la reale figura di riferimento alla quale il bolognese classe 1938 Pupi Avati si è ispirato al fine di creare il defunto sceneggiatore di film di serie B il cui figlio Davide Bias, creativo pubblicitario interpretato da Riccardo Scamarcio e con il sogno di scrivere qualcosa di bello, si trasferisce da Milano a Roma dove incontra la bellissima Ludovica alias Sharon Stone, editrice interessata a pubblicare un libro autobiografico che l'uomo aveva intenzione di scrivere?
Considerando la presenza di un omaggio televisivo a Dove vai se il vizietto non ce l'hai? (1979) con Alvaro Vitali e Renzo Montagnani, sorgerebbe spontaneo pensare a Carlo Veo, responsabile proprio dello script del lungometraggio di Marino Girolami e di non pochi trash cult nostrani, da Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973) di Sergio Martino a Mia moglie torna a scuola (1981) di Giuliano Carnimeo.
Ma, man mano che l'occhio dello spettatore più attento individua sulla parete dello studio dello scomparso fotografie di Tomas Milian, Alberto Sordi e, addirittura, del cast dei due Yuppies, appare evidente che, con ogni probabilità, non è una sola persona che l'autore de Il regalo di Natale (1986) ha tenuto come punto di riferimento.

Era mio padre...

Anche perché non è quel certo retrogusto stracult ad interessare principalmente al regista, bensì la necessità di raccontare il fallimento di un padre che finisce per gravare su un figlio meraviglioso che non avrebbe meritato, il quale porta avanti un pessimo rapporto con l'ambiente di lavoro del genitore e convive quotidianamente insieme ad ansia e insoddisfazione, tenute a bada esclusivamente tramite l'assunzione di pillole.
Un figlio che, appunto, nel tentativo di riconciliarsi con lui, decide di occuparsi al suo posto di quel testo, senza riuscire, comunque, a risolvere le proprie inquietudini ed insicurezze.
Inquietudini ed insicurezze da cui non riesce ad essere sollevato neppure dalla fidanzata Silvia, ovvero una Cristiana Capotondi decisamente inutile all'interno dei circa novantacinque minuti di visione che, purtroppo, lasciano emergere non pochi difetti.
Infatti, sebbene situazioni come quella del funerale - che vede coinvolta in una breve apparizione Valeria Marini - o la sequenza della proiezione del grottesco film inventato Un amore rinnegato non possano fare a meno di rivelarsi indispensabili portatrici di ironia, altre non faticano a risultare involontariamente ridicole (si pensi solo al momento dell'aggressione a Villa Borghese).
E, sorvolando sul penoso doppiaggio della succitata protagonista di Basic instinct (1992), mentre viene tirata in ballo la tematica della pazzia, affrontata da Avati, in tempi recenti, anche ne Il papà di Giovanna (2008), l'impressione generale non si discosta molto da quella di trovarsi dinanzi ad una noiosa puntata di una soap opera tricolore.
Un vero peccato, se pensiamo che, con certo materiale a disposizione, poteva venire fuori una interessante, metaforica riflessione relativa alla scomparsa di quella produzione di genere sfornata dallo stivale del globo tra gli anni Sessanta e Ottanta e comprendente, appunto, anche gli avatiani La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983), ma andata progressivamente a scomparire per lasciare spazio ad un cinema spesso anonimo, sconclusionato e di taglio televisivo... proprio come in questo caso.

Un ragazzo d'oro Con un nome importante come quello della star internazionale Sharon Stone incluso nel cast, il ritorno di Pupi Avati al grande schermo, a tre anni da Il cuore grande delle ragazze (2011), lasciava sperare in qualcosa di memorabile, tenendo anche in considerazione l’idea di base del plot, legata ad una figura immaginaria appartenente al tramontato cinema bis italiano. Invece, dopo la mediocre, citata opera precedente, aggiunge alla propria filmografia un’altra dimenticabile prova, penalizzata da uno script incapace di sfruttare a dovere i diversi personaggi (si pensi al tutt’altro che approfondito rapporto tra il protagonista e il ragazzo che sta preparando una tesi riguardante suo padre) e da un look generale da soporifera soap. Dove è finito l’ispiratissimo cineasta che, dopo quarant’anni di intensa carriera, ha saputo regalarci un gioiellino del calibro di Una sconfinata giovinezza (2010)?

5

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