Recensione Un gatto a Parigi

Dalla Francia un film d'animazione raffinato e originale: la storia avventurosa di un gatto dalla doppia vita

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Si dice che i gatti abbiano sette vite. Dino vive a Parigi e ne ha almeno due, parallele, a cui è ugualmente e profondamente affezionato. L'esistenza spiccatamente bohemien (per qualche verso affine a quella del Romeo de Gli Aristogatti) di questo felino dall'aria indifferente ma dalla forte personalità si divide infatti tra giorno e notte, e se durante le ore di luce il gatto si spende per far compagnia alla piccola Zoé (bambina sola, precipitata in un mutismo dopo la morte del padre per mano di un gangster e assistita da una tata falsamente amorevole e fin troppo ‘profumata') è al calare delle ombre della notte che le sue sinuose movenze accompagnano le avventure di Nico, ladro di gioielli dal cuore buono sempre attivo tra i tetti di Parigi. Dino transita tra i due mondi con una precisione quasi chirurgica, maniacale, ripercorrendo ogni giorno e ogni notte il tragitto che lo conduce da Zoé a Nico e viceversa, senza mai ovviare ai ‘doveri' di questa sua doppia vita. Ma i due mondi sono destinati di lì a poco a intrecciarsi. Mentre infatti la madre di Zoé (Jeanne, commissario di polizia) sta cercando di fare luce sui tanti furti notturni di gioielli ed è dunque sulle tracce di Nico, un gruppetto di gangster dell'ultima ora (cui fa capo Victor Costa, altresì responsabile della morte del padre di Zoé) sta cercando di mettere a segno il furto della vita, ovvero quello della preziosa opera d'arte il Colosso di Nairobi. Il tutto accade nelle stesse ore in cui la piccola bambina deciderà di seguire il fidato amico felino verso la sua misteriosa seconda vita, spinta dalla curiosità di capire dove questi si diriga puntualmente ogni giorno al calar del sole. Dino farà così da trait d'union tra la bambina e il ladro, mentre tutti insieme saranno protagonisti di un'avventura ricca di suspense ambientata nello sfolgorio di una Parigi sempre più sinuosa; l'avventura di Un gatto a Parigi.

Tra le sinuose vie di una Parigi 'felina'

È l'animazione migliore che conosciamo quella in grado di coniugare la semplicità di un tratto grafico (esemplare, qui, la canonizzazione di una fisicità fluida che soprattutto nel personaggio di Nico assume caratteristiche così sinuose da essere quasi feline) con la magia di una storia capace di veicolare buoni sentimenti attraverso una cornice narrativa semplice ma originale. Un gatto a Parigi (Un vie de chat è il titolo originale) riesce a fare tutto questo, condensando gli archetipi migliori dell'animazione in 64 minuti di film e in una storia in cui il protagonista felino diventa eroe assoluto, capace di alleviare lo stato di solitudine di due esistenze diverse (sia per età sia per estrazione sociale) eppure similmente chiuse nel loro stato di ‘confino'. La fluidità/sinuosità grafica raddoppia dunque la sua espressività col motore della storia, ovvero la doppia vita di questo gatto che scivola sinuoso e agile tra una realtà e l'altra, offrendo da un lato (a Zoé) il supporto emotivo della sua presenza e delle sue generosa fusa e dall'altro (a Nico) un aiuto pratico per le ‘avventure' notturne. A far funzionare ancor meglio l'equilibrio narrativo intervengono poi le caratterizzazioni comiche, quasi grottesche di ‘cattivi' goffi e quasi mai all'altezza (e qui non può non saltare alla mente il doveroso parallelo tra la gang di Costa e quella del duo di inetti che si accompagnavano a Crudelia De Mon nell'indimenticabile La carica dei 101). Sono infatti le conversazioni ‘inutili' e quasi sempre fuori luogo del gruppetto di gangster ad arricchire e caratterizzare il percorso a ostacoli di una parabola che vola diritta verso il suo lieto fine, ma lo fa con verve e seducente tenerezza. Così che quando quella magica spolverata bianca interviene a sancire l'epilogo dell'avventura, si ha la sensazione che quella sia la naturale Fine di una bella storia, ricca di una semplicità e capacità esegetiche ascrivibili solo ai migliori film.

Un gatto a Parigi Candidato agli Oscar come miglior film d’animazione nel 2012 e diretto dalla coppia di registi francesi Alain Gagnol e Jean-Loup Felicioli (entrambi attivi all’interno dello studio Folimage e collaboratori del film La profezia delle ranocchie), Un gatto a Parigi arriva finalmente anche nelle nostre sale. Un film d’animazione semplice e originale, tenero e ironico, capace di ricordare alcuni degli archetipi d’animazione più amati di sempre senza rinunciare a un tocco di originalità che passa tanto per la caratterizzante grafica ‘oblunga’ quanto per la magia di una storia che affida il ruolo di eroe a un felino, indifferente e astuto per natura, in cui si cela un’umanità speciale. Un film dalle molteplici 'letture' e stratificazioni concettuali che si rivela infine adattissimo ai più piccoli ma facilmente amabile anche dai più grandi.

7.5

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