Recensione Un'estate da giganti

L'estate di formazione di tre ragazzi uniti nella solitudine

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Attore eclettico (lo ricordiamo soprattutto nella black comedy Louise Michel e nell'originale Kill me please) e artista a tutto tondo, votato in particolar modo alla pittura, il belga Bouli Lanners firma con Un'estate da giganti (Les geants) la sua opera seconda, a distanza di quattro anni dal road movie Eldorado. Un film che racconta l'estate di formazione ma anche di disillusione che affronteranno i tre ragazzi protagonisti, circondati da una natura vergine e selvaggia e da adulti folli, quando non immateriali. Le immagini sgranate di un'adolescenza costretta a diventare velocemente adulta e ad apprendere sulla propria pelle l'ostilità della vita reale (più vicina a una disperata sopravvivenza che a una scampagnata domenicale) diventano il mezzo più che espressivo per narrare la faticosa ricerca della propria identità in un mondo così ostile da diventare ogni giorno più irraggiungibile. Ed è infatti proprio quel labile contatto telefonico con una madre inesistente, la speranza di un'attesa che si fa sempre più vana, a diventare fulcro di quest'opera esteticamente delicata che parla, invece, di una realtà terribilmente crudele.

Un'estate diversa

Come ogni estate, Zack e suo fratello Seth si ritrovano nel cottage di campagna senza un soldo e senza nessuno che si prenda cura di loro, inclusa la madre, perennemente assente. Decisi a farcela con le loro forze, suggelleranno un sodalizio di sopravvivenza destinato a cambiare subito equilibrio con l'arrivo di David, un ragazzo del posto altrettanto solo e privo d'aiuti, nonché vittima di un fratello violento e poco sano di mente. Insieme e muniti solo dei loro zaini, i tre 'amici di necessità' trascorreranno l'estate più dura e forse più importante della loro vita, un'estate in cui la lotta per la sopravvivenza sarà resa ancora più dura e splendida dal tentativo di sopravvivere (anche) alla natura incontaminata che li circonda. Nel loro ‘peregrinare giovanile' s'imbatteranno nella cattiveria di uno spacciatore di marijuana viscido e nella sua poco raccomandabile compagna, ma anche nella inquietante bontà di una donna sola con figlia down a carico, apparentemente disposta a prendersi cura anche del trio di ‘orfanelli'. Tutti incontri destinati a segnare inesorabilmente questa lunga e densa estate di formazione dei protagonisti, giovani Huckleberry Finn infine impossibilitati a trovare un aiuto in quel mondo adulto così effimero (e irresponsabile).

Cinema del sociale belga

Figlio di un certo cinema del sociale (molto affine per certi versi ai drammi umani di Ken Loach in stile Sweet Sixteen), Un'estate da giganti coniuga la violenza accordata al mondo dei grandi con la genuina voglia di ribellione che anima il mondo dei più piccoli. Un viaggio attraverso la paura e il dolore propedeutici alla presa di coscienza e dunque alla transizione verso il mondo adulto, in cui convivono forza e angoscia, dolore e sensibilità. Un viaggio attraverso cui il mondo dei grandi assume sfumature sempre più conturbanti e surreali, mentre acquista di consistenza nei più piccoli la voglia di fuga e di evasione verso una speranza conquistata con le proprie forze. Di quella solitudine che poi tramuta nella necessità di diventare velocemente adulti, i tre protagonisti riusciranno a fare tesoro, infine, recidendo quel cordone ombelicale che ancora li lega alla speranza di qualcuno (o qualcosa) che possa (e voglia) prendersi cura di loro, senza chiedere nulla in cambio. Un'amara presa di coscienza che segnerà il passo verso una nuova maturità.

Un'Estate da Giganti Il belga Bouli Lanners dipinge con Un'estate da giganti la splendida cartolina di un trio di ragazzi in lotta con (e per) la vita. Un film costruito soprattutto attorno all'estetica dei luoghi e all'espressività dei volti (di rado umani, e spesso deformi) che abitano il film. Una fiaba con declinazioni nere e impregnata di realtà, sostenuta da una toccante suggestione visiva e da un'altrettanta eloquenza narrativa. Un'opera di sicuro non per tutti i palati ma indiscutibilmente intensa, dove lo scorrere del tempo è dettato dai drastici e irreversibili cambiamenti interiori dei tre giovani (e davvero bravi) protagonisti (Zacharie Chasseriaud, Martin Nissen, Paul Bartel).

7

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