Recensione Un consiglio a Dio

Lo sfogo di un trovacadaveri che lavora in mare, di notte, alla ricerca di immigrati annegati, fa da cornice a 5 storie vere

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Lo sfogo di un trovacadaveri che lavora in mare, di notte, alla ricerca di immigrati annegati, fa da cornice alle storie vere di cinque ragazzi che si raccontano davanti alla macchina da presa. L’uomo, rozzo, privo di principi solidali, intrattiene un lungo dialogo con un estraneo, appena trovato morto sulla riva. Si tratta, in realtà, di un vero e proprio monologo nel quale il protagonista descrive il suo lavoro, le sue convinzioni e la sua personale weltanschauung. Personaggio scomodo e abietto, arriva a pronunciare così tante frasi scorrette sul mondo dell’immigrazione da costringere lo spettatore a confessare che almeno una volta, questa o quella frase, l’abbia pensata anche lui. Al buio, al silenzio, alle immagini del corpo inerme dell’interlocutore, si contrappongono i volti solari e positivi di chi quel viaggio fisico e culturale lo ha compiuto davvero. Ogundian descrive l’indimenticabile Africa, Kiswendisda racconta la sua esperienza di prigionia in Tunisia, Granit vomita la sua rabbia contro chi, a soli dodici anni, l’ha portata via dalla Romania per farla prostituire in strada. E chi, come Mario, ha fatto proprio il trovacadaveri sulle coste di Lampedusa.

Il regista è abile nello scoprire racconti sorprendenti nel teatro e nella letteratura per poi trasporli sul grande schermo. Il progetto è infatti nato da un’opera teatrale di Davide Morganti (che non ha oltrepassato i confini del territorio partenopeo), così come l’altro suo capolavoro invisibile, La volpe a tre zampe (2002) era stato tratto da un romanzo di Francesco Costa.
Mosso dalla passione di chi ha sentito l’urgenza di raccontare una storia potente, il regista ha usato un linguaggio visivo perfettamente aderente con il tema, toccante e non nuovo, ma sempre tragicamente attuale. Dapprima, immagini sfocate e, introdotti da note basse di pianoforte, s’intravedono i protagonisti sullo sfondo. Poi la messa a fuoco, graduale, lenta, così come lento è lasciar da parte la diffidenza nei confronti dell’altro, del diverso.
La maestria con la quale la storia del trovacadaveri s’interseca con le esperienze vissute in prima persona dai testimoni è notevole: rappresenta, infatti, una sorta di commistione di generi che si integrano perfettamente tra loro.

Un consiglio a Dio Girato quasi per miracolo grazie alla tenacia del regista (Sandro Dionisio) e ad un produttore provvidenzialmente lungimirante (Gianluca Arcopinto), Un consiglio a Dio rappresenta una “riflessione sul tema dei migranti, visto in chiave paradossale e grottesca”, come dichiara lo stesso regista. Vinicio Marchioni è perfetto nel ruolo di un personaggio tanto fastidioso quanto realistico: il pregiudizio dello spettatore viene innescato nel doppio sguardo rivolto sia agli immigrati sbarcati nel nostro paese, sia verso lo stesso meridionale volgare. Alla fine, mentre il trovacadaveri finisce col rinchiudersi nel proprio mondo tragico e meschino, gli altri esprimono il loro personale (e universale) consiglio a Dio: far sì che ogni essere umano possa godere della libertà, possa avere un’altra occasione... possa chiamare patria la sua terra promessa.

7

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