Recensione Tutto molto bello

La nuova commedia on the road di Paolo Ruffini con Frank Matano e... Pupo!

recensione Tutto molto bello
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Se Fuga di cervelli (2013), esordio dietro la macchina da presa per l'attore livornese classe 1978 Paolo Ruffini, altro non fu che il rifacimento tricolore dello spagnolo Fuga de cerebros (2009) di Fernando González Molina, questa sua seconda prova registica prende il via da un soggetto originale, volutamente infarcito di omaggi al cinema d'intrattenimento a stelle e strisce.
Proveniente dalla pellicola precedente, è Frank Matano a vestire i panni di Antonio, ventottenne scanzonato, socievole e generoso che, sempre fiducioso nel prossimo, incontra in ospedale Giuseppe, impiegato dell'Agenzia delle Entrate di trentatré anni che mette il senso del dovere prima di tutto e che è lo stesso Ruffini ad interpretare.
Incontro che porta i due, entrambi in attesa della nascita di un figlio, ad ingannare il tempo andando prima a mangiare in un ristorante decisamente squallido e poco igienico, poi a ritrovarsi affiancati dall'imbarazzante cantante quarantenne fallito Eros, incarnato dal comico televisivo Gianluca Fubelli detto Scintilla, con il vizio di denudarsi durante i concerti e ancora innamorato di Katia, ovvero Chiara Gensini, sua ex alla quale dedica orribili serenate.

Parto coi folli

E, con le fattezze di Angelo Pintus, è proprio il gelosissimo nuovo compagno di quest'ultima ad inseguirli, armato di fucile, nel corso di una tutt'altro che tranquilla avventura on the road che, intenta a richiamare in maniera evidente alla memoria cult risalenti agli anni Ottanta del calibro di Tutto quella notte (1987) di Chris Columbus e Un biglietto in due (1987) di John Hughes, sembra avvicinarsi maggiormente, in realtà, a Parto col folle (2010) di Todd Phillips, a suo modo già remake indiretto del secondo dei titoli citati.
Avventura che apre con l'esilarante entrata in scena di un Paolo Calabresi pieno di forfora nel ruolo di Marcello, suocero di Giuseppe, nonché padre della moglie prossima al parto Anna alias Chiara Francini, il quale ha un vecchio conto in sospeso con il ragazzo.
Mentre, in mezzo a escort, controlli da parte della polizia, cantate di Toccami il palco (!!!), una escursione all'interno di una bisca clandestina, è la bellissima Federica cui concede anima e corpo Nina"Napoletans"Senicar ad aggiungersi strada facendo alla combriccola; destinata anche a finire nelle grinfie di un ricco sceicco con la passione dei sosia di personaggi famosi e dei travestimenti.
Infatti, non manca neppure una festa sfoggiante versioni fake del Monnezza, Hulk, Mr. T, Pippi Calzelunghe e Darth Vader nel corso della circa ora e mezza di visione che, senza alcun dubbio, annovera il suo momento più divertente nell'incontro con l'idolo della canzone popolare nostrana Enzo Ghinazzi, meglio conosciuto come Pupo.
Perché, nonostante l'overdose di battute piuttosto infelici, rispetto al primo, pessimo lungometraggio ruffiniano qui una ristrettissima manciata di risate riesce ad essere strappata allo spettatore e la regia appare in minima parte migliorata.
L'impressione generale, però, complice oltretutto un risvolto amaro alla ricerca della facile emozione, è quella di trovarci dinanzi ad una mediocre operazione dall'ambizione talmente alta da ridursi ad un eccessivo agglomerato di carne al fuoco, oltretutto giostrata attraverso diversi registri mal dosati a causa della ancora inesperta mano al suo timone.

Tutto molto bello Soltanto un anno dopo il successo inaspettato riscosso da Fuga di cervelli (2013), Paolo Ruffini torna dietro la macchina da presa con una commedia on the road che guarda in maniera evidente a Un biglietto in due (1987) di John Hughes. Con eccesso di carne al fuoco e diversi registri - dal cattivo gusto proto-fratelli Farrelly ai risvolti amari volti alla lacrima facile - dosati in maniera decisamente inadeguata, però, pur essendo migliorati i risultati rispetto all’inguardabile esordio, ci si avvicina più al brutto Parto col folle (2010) di Todd Phillips e rimaniamo dalle parti della mediocrità. Anche perché si ride molto poco.

5

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