Transformers, la recensione del film animato del 1986

Mentre in sala continua la lotta tra gli Autobot e i Decepticon, andiamo a ritroso nel tempo per rievocare il primo lungometraggio del franchise.

recensione Transformers, la recensione del film animato del 1986
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Per le nuove generazioni il termine Transformers è associato soprattutto al recente franchise in carne ed ossa, inaugurato nel 2007 e giunto ora al quinto capitolo, sotto l'egida del regista Michael Bay. Quello è però solo un piccolo frammento di un fenomeno che dura dal 1984, quando debuttò la celebre serie animata concepita per accompagnare una linea di giocattoli della Hasbro. Fu in quella occasione che il pubblico ebbe modo di conoscere per la prima volta Optimus Prime e il suo arcinemico Megatron, i Dinobot e la famiglia Witwicky, il pianeta Cybertron e l'eterna lotta tra bene e male in forma cibernetica. Una lotta che arrivò al cinema già nel 1986, con un lungometraggio che fece da ponte tra la seconda e la terza stagione, un prodotto che oggi è ricordato soprattutto per due motivi: la morte di Optimus Prime, talmente controversa che il personaggio fu poi riportato in vita al termine della serie, e il cast abbastanza stellare reclutato per la versione originale, dove ai doppiatori professionisti come Frank Welker (Megatron), Peter Cullen (Optimus) e Corey Burton (Shockwave e Spike Witwicky) furono affiancati divi del calibro di Leonard Nimoy (Galvatron) e Orson Welles, che morì pochi giorni dopo aver completato le registrazioni delle battute di Unicron, il pianeta senziente evocato anche ne L'ultimo cavaliere.

Dalla televisione al cinema

Preso come prodotto a sé il film può risultare un tantino ostico, poiché continua le storyline iniziate sul piccolo schermo (nella cronologia ufficiale sono passati vent'anni dalla fine della seconda stagione) e introduce elementi che verranno approfonditi in seguito (in particolare le figure di Galvatron e Rodimus Prime). È anche un oggetto paradossale in quanto basato su un serial destinato principalmente ai più piccoli ma realizzato con un'ottica più adulta, sfruttando la maggiore libertà del mezzo cinematografico per esplorare territori più cupi e violenti (testimonianze d'epoca raccontano di bambini che lasciarono la sala in lacrime dopo l'uccisione di Optimus), creando uno squilibrio che contribuì all'insuccesso commerciale nel 1986, prima che la reputazione del film migliorasse e lo trasformasse in un piccolo cult per i fan della prima ora, delusi dal lavoro recente di Bay e soci. Rispetto alla complessità roboante progressiva della saga live-action (basti pensare a L'ultimo cavaliere che, per ammissione dello stesso Bay, è un ibrido di ben tre soggetti diversi) l'intreccio animato mantiene una certa purezza drammatica, presentandosi con elegante linearità nonostante la sua collocazione nel canone narrativo del franchise. A questo va aggiunto un certo fascino rétro, dovuto all'animazione ambiziosa ma pur sempre fedele all'estetica catodica, assai lontana dai fasti di prodotti contemporanei come Basil l'investigatopo della Disney o Fievel sbarca in America di Don Bluth.

Questo Transformers è spudoratamente ancorato nel suo decennio di appartenenza, ma al contempo resiste all'usura degli anni che passano e regge passabilmente il confronto con l'incarnazione fracassona di oggi. Un oggetto curioso da riscoprire e gustare insieme alle nuove versioni animate, distinte ma anche debitrici di quell'immaginario che ancora adesso è in grado di stimolare le menti con le sue storie archetipiche e i suoi protagonisti che sono, come ci ricorda la sigla originale, "more than meets the eye".

Transformers: L'ultimo cavaliere Un prodotto squisitamente del suo tempo, eppure capace di invecchiare con una certa dignità associata ad un non indifferente fascino all'antica. Calibrato soprattutto per i fan della serie animata dello stesso periodo, il film è comunque abbastanza accessibile anche per i neofiti, grazie ad un intreccio semplice ed archetipico. Da recuperare in versione originale per sentire la performance di Orson Welles nei "panni" del temibile Unicron.

7

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