Recensione The Words [second opinion]

La nostra seconda recensione del thriller con Bradley Cooper

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Con ogni probabilità, i nomi di Brian Klugman e Lee Sternthal diranno poco o nulla a chi sta leggendo queste righe, ma i seguaci della fantascienza su celluloide, almeno, dovrebbero ricordare che, sebbene il primo vanti non poche esperienze di attore (Giovani, pazzi e svitati e Cloverfield nel lungo curriculum), entrambi sono stati tra gli autori del soggetto di Tron: Legacy (2010) di Joseph Kosinski.
Insieme, concretizzano il loro esordio dietro la macchina da presa con The words, di cui Klugan racconta: “Abbiamo scritto la prima stesura undici anni fa; eravamo bloccati nel traffico e parlavamo di Hemingway e dei racconti che aveva perso. A quel punto è stato come se il vaso di Pandora si fosse aperto... Che cosa sarebbe successo se avessimo trovato quei racconti?”
Perché, è proprio in seguito al sorgere di questa domanda che i due hanno iniziato a creare la serie di storie che avrebbero composto il lungometraggio, il quale, secondo Sternthal: “Si è scritto da solo, non lo dico tanto per dire. Non l’abbiamo studiato a tavolino. Non volevamo dimostrare la nostra bravura. Non ci siamo messi seduti dicendo: ‘Ecco che cosa faremo’. E’ venuto da se”.
Un lungometraggio volto a trasportare lo spettatore tra la Parigi del dopoguerra e la New York contemporanea, in compagnia di tutt’altro che sconosciuti volti della Settima arte.

Il segreto del suo successo

Infatti, prima di tutto abbiamo il mai disprezzabile Dennis Quaid di The day after tomorrow-L’alba del giorno dopo (2004) nei panni del celebre scrittore Clay Hammond, autore di un romanzo di cui viene raccontata la storia, mentre lo vediamo persuaso da una tanto bella quanto astuta dottoranda con le fattezze di OliviaCowboys & aliensWilde a svelare il vero significato del suo scritto.
La storia narrata dall’uomo, invece, ha per protagonista Rory Jansen, il quale, con il volto del Bradley Cooper di Una notte da leoni (2009) e una moglie devota incarnata dalla Zoë Saldana di Avatar (2009), pubblica il suo primo libro, destinato a trasformarsi in uno di quegli eventi rari che si verificano una volta ogni generazione, travolgendo il mondo della letteratura e l’immaginario collettivo.
Un evento che lo trasforma istantaneamente in una star letteraria, ma che, proprio all’apice del successo, lo porta ad essere avvicinato da un misterioso anziano interpretato dal premio Oscar Jeremy Irons, il quale gli rivela di essere il vero autore delle pagine da lui usate per concepire il suo acclamato libro.

Parole, parole, parole

Quindi, con flashback ambientati - come già accennato - nella Parigi del secondo dopoguerra, è un’intricata struttura a scatole cinesi a caratterizzare i circa novantasette minuti di visione volti a esplorare in modo minuzioso e provocatorio il prezzo del successo; man mano che Rory, in seguito all’incontro con il vecchio individuo, viene posto di fronte a questioni fondamentali riguardanti la creatività, l’ambizione e le scelte morali che ha compiuto in funzione di esse.
Circa novantasette minuti di visione che, con un Irons eccezionale, portano in scena un Cooper che sembra affrontare il tutto in maniera meno convincente rispetto ad altre sue prove; mentre il cast, tra gli altri, vede coinvolti anche il Ben Barnes di Dorian Gray (2009), il J.K. Simmons di Spider-man (2002), il John Hannah di Sliding doors (1998) e il Michael McKean de I ragazzi degli anni ’50 (1990).

Non a caso, è soprattutto sulla prova degli attori che si regge l’insieme, che sembra a tratti riallacciarsi al melodramma cinematografico vecchia maniera e intreccia in modo interessante le tre diverse situazioni che lo compongono; invitando, inoltre, a chiederci se, dopo aver commesso un grave errore, siamo in grado di continuare a vivere bene.
Ma anche comunicando che vita e finzione, seppur molto vicine, non possono toccarsi, e che tutti facciamo delle scelte: la parte difficile è rappresentata dal conviverci.
Nel corso di uno spettacolo su celluloide i cui maggiori pregi vanno riconosciuti nella capacità di non apparire banale né nella costruzione dei personaggi, né per quanto riguarda il finale.
Peccato che, per arrivarvi, sia necessario munirsi di tanta pazienza, in quanto il tutto è confezionato tramite eccessivamente lenti ritmi di narrazione.

The Words Tra gli autori del soggetto di Tron: Legacy (2010), Brian Klugman e Lee Sternthal esordiscono dietro la macchina da presa con un lungometraggio che, caratterizzato da un’intricata struttura a scatole cinesi, coinvolge un nutrito cast di star hollywoodiane; da Bradley Cooper a Jeremy Irons, passando per Dennis Quaid e la Olivia Wilde già trasformatasi in una delle icone sexy della celluloide d’inizio terzo millennio. Un elaborato caratterizzato da un’idea interessante e sviluppato in maniera tutt’altro che banale, ma che si trova a dover fare i conti con gli eccessivamente lenti ritmi narrativi, i quali limitano in parte il giudizio pienamente positivo nei suoi confronti.

6

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