Venezia 2012

Recensione The Master

P. T. Anderson ci racconta la nascita di Scientology

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Se qualcuno non ha mai sentito parlare di Scientology, con ogni probabilità non accende neppure un secondo al giorno la televisione e non apre i quotidiani per rimanere informato su ciò che accade, quotidianamente, in giro per l’affollatissimo globo.
Ma cosa è, in fin dei conti, questa tanto chiacchierata Scientology?
Con un nome derivato dal latino “scio”, ovvero “conoscere”, e dal vocabolo greco “logos”, cioè discorso, trattasi di un’organizzazione il cui significato letterale è “discorso sulla conoscenza” e che raccoglie e diffonde l’insieme delle credenze e pratiche ideate dallo scrittore di fantascienza L. Ron Hubbard nel 1954, basate sul precedente sistema di auto-aiuto denominato Dianetics.
Un’organizzazione di cui, negli ultimi anni, si è sentito parlare non poco perché annovera tra le sue fila diverse celebrità del mondo della celluloide, da Tom Cruise a John Travolta, passando per Nancy Cartwright e la Kirstie Alley della serie Senti chi parla.
E, probabilmente, è per questo che il cineasta californiano classe 1970 Paul Thomas Anderson - autore degli acclamatissimi Boogie nights-L’altra Hollywood (1997) e Magnolia (1999) - ha deciso di raccontarne la nascita in un lungometraggio; anche se dichiara: ''Conoscevo la vicenda di Hubbard e il metodo di auto-aiuto di Dianetics, ma non so nulla della Scientology attuale. Credo che questo film sia soprattutto una storia d'amore tra due persone che si sentono profondamente simili''.

Questo e Quell

Con un cast comprendente anche la Amy Adams del disneyano Come d’incanto (2007) e la Laura Dern di Jurassic park (1993), le oltre due ore e un quarto di visione vedono il Joaquin Phoenix di Quando l’amore brucia l’anima (2005) nei panni del reduce della Seconda Guerra Mondiale Freddie Quell, il quale, penalizzato da un carattere decisamente ribelle destinato a rendergli tutt’altro che facile l’esistenza, cerca in ogni modo - e con molta fatica - di reinserirsi in quella che è la società degli anni Cinquanta.
Fino al momento in cui, sulla sua strada, si presenta Lancaster Dodd, cui concede anima e corpo il Phillip Seymour Hoffman aggiudicatosi il premio Oscar con la sua interpretazione in Truman Capote-A sangue freddo (2005), sedicente guru di una potente setta che, a quanto pare, sembrerebbe potergli fornire una nuova ragione di vita.
Segnando, così, l’inizio di un rapporto tra allievo e maestro che, però, non impiega molto tempo ad assumere i connotati di un legame decisamente morboso.

L'orgoglio di Anderson

Quindi, mentre viene ribadito che vivere nei corpi che occupiamo è una cosa molto seria e che il segreto consiste nel ridere, sia l’utilizzo della colonna sonora che il look generale delle immagini non faticano a rispecchiare quelli dei prodotti sfornati dalla grande celluloide a stelle e strisce di molti anni fa, oggi trasformatisi quasi tutti in classici.
Non a caso, nel corso della visione è quasi impossibile non provare l’impressione di trovarsi in una sala cinematografica d’altri tempi, man mano che i fotogrammi scorrono sullo schermo.
Eppure, al di là di questi fondamentali aspetti positivi legati al suo lato estetico, non pochi sono i difetti che penalizzano The master, i cui maggiori punti di forza sono rappresentati dalla bella fotografia di MihaiUn’altra giovinezzaMalaimare Jr e dalle lodevoli prove dei due immensi protagonisti; che si cimentano, oltretutto, in duetti-interrogatori da premio Oscar.

Infatti, sorvolando sul fatto che la sceneggiatura - a firma dello stesso Anderson - non sembri in alcun modo raggiungere l’indispensabile compattezza, sfaldata dall’infinità di dialoghi che finiscono per catturare lo spettatore nella letale, soporifera morsa della noia, l’impressione è che il cineasta pecchi in maniera eccessiva di desiderio di dimostrazione di bravura autoriale; penalizzando, di conseguenza, il processo narrativo della vicenda raccontata.
E, allora, si avanza all’insegna delle lungaggini destinate a rivelarsi ben presto fastidiose; dai lunghi momenti commentati soltanto dalla colonna sonora ai lunghi confronti verbali; fino alla lunga sequenza in cui tutti cantano e ballano senza indumenti addosso.
Ma, una volta superati i titoli di coda, sebbene ciò che rimane nella memoria altro non sia che un agglomerato di inquadrature caratterizzate da una invidiabile cura maniacale, è impossibile non ricordarle commentate da un accavallamento continuo di parole che, nell’accompagnare l’evolversi del rapporto tra Dodd e Quell, non sembrano portare ad alcuna concreta conclusione.
Insomma, un’operazione impeccabile dal punto di vista visivo, ma che, appunto, raggiunge la sufficienza soltanto grazie a questo aspetto (escludendo i già citati Phoenix e Philip Seymour Hoffman).

The Master Diretto dal Paul Thomas Anderson autore di Boogie nights-L’altra Hollywood (1997) e Il petroliere (2007), è stato, senza alcun dubbio, uno dei lungometraggi più attesi della sessantanovesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Attesa, però in parte conclusasi in una delusione, in quanto il film ispirato alla fondazione dell’organizzazione conosciuta come Scientology, finisce per dover fare i conti con la smania del suo autore (aspetto non nuovo) di dimostrarsi a tutti i costi maestro delle immagini in movimento. Infatti, nel corso delle circa due ore e venti di visione, si crea un evidente dislivello tra l’impeccabile cura di quanto filmato e l’avvicendarsi di lunghi e soporiferi dialoghi che, con il passare del tempo, tendono non poco a confondere. Segno non positivo della tendenza alla sempre più diffusa propensione a concepire un cinema particolarmente attento sia al lato estetico che ai contenuti, ma senza riuscire a trovare il modo di amalgamarli nella giusta maniera, in modo che l’uno non penalizzi l’altro. E l’impressione di avere per le mani una vicenda che non porta ad alcuna conclusione, è paragonabile a quella della lettura di un solo capitolo di un lungo libro. Anche se i due protagonisti Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman valgono da soli l’acquisto del biglietto.

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