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Recensione The Man behind the Courtyard House

Xei Fing tra thriller e dramma per un'opera controversa

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"Molti registi vogliono essere un altro Akira Kurosawa o Antonioni, ma io voglio essere lo Spielberg dell'Asia". Dichiarazione senza dubbio ambiziosa quella di Xing Fei, regista cinese conosciuto per il suo passato televisivo e ora al suo esordio sul grande schermo con The Man Behind the Courtyard House, da lui anche scritto. Ambiziosa proprio come l'essenza stessa della pellicola, che vive di diverse influenze ed è difficilmente classificabile in un genere, divincolandosi senza troppe remore tra thriller, commedia e dramma con uno sguardo lucido ma non sempre organico.

Un uomo romantico

Eccessivamente ambiguo, ma comunque in grado di tenere la tensione alta fino ai titoli di coda, grazie alla sua struttura "a ritroso", The Man Behind the Courtyard House si rivela opera complessa e articolata, in grado di offrire diversi spunti di riflessione. Dopo una lunga introduzione, di stampo prettamente thriller, il film si muove nel passato attraverso due lunghi flashback che ci spiegano le motivazioni del protagonista, un uomo appena rilasciato dopo aver trascorso vent'anni in carcere, e pronto a prendersi la sua vendetta nei confronti della famiglia della ex-fidanzata, rea di averlo abbandonato dopo tutti i sacrifici da lui compiuti per il loro futuro insieme. Proprio la parte centrale, che ci permette di conoscere meglio quest'anima combattuta dai demoni del passato, è la più riuscita, complice lo stretto rapporto d'amicizia che si forma con l'inviato di un'azienda statale giunto in città per indagare su una possibile frode fiscale. In questo lungo spezzone la pelllicola assume un'atmosfera più leggera, quasi da commedia romantica, per poi venire nuovamente ribaltata da un'esplosione di rancorosa violenza. Nell'ultima parte, la più emotivamente toccante, tutti i nodi vengono infine al pettine, rivelando il dilemma interiore dell'uomo. Nonostante un'indubbia e affascinante verve registica però non tutto è completamente riuscito, e proprio questo continuo altalenarsi tra diversi generi finisce per sfilacciare troppo la narrazione confondendo lo spettatore, sempre nel dubbio se identificarsi o meno col protagonista. Nota lieta è l'interpretazione di Simon Yam, credibile e inquietante nella sua placida tranquillità che in realtà è soltanto una maschera per coprire le sue reali intenzioni.

The Man behind the Courtyard House Uno straordinario Simon Yam per un film complesso, che proprio per la sua essenza ibrida finisce per destabilizzare le certezze dello spettatore. Un'opera certamente poliedrica, in grado di inquietare nella sua ambivalente anima, ma a tratti sin troppo ambiziosa e non completamente riuscita. Per Xing Fei un esordio coraggioso ma ancora privo di un vero e proprio marchio autoriale, in grado di appassionare ma al contempo di confondere.

5.5

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