Venezia 2012

Recensione The Life and death of Marina Abramovic

Bob Wilson narra, in modo non convenzionale, la vita di Marina Abramović.

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Texano classe 1941, Robert Wilson rientra tra i più importanti e influenti registi teatrali della sua generazione, lavorante anche nel campo delle arti visive e con il video.
Un artista che, nel suo lavoro teatrale, ha sempre cercato di superare i limiti del mezzo, sperimentando con il linguaggio e con il movimento; in quanto, per lui, quest’ultimo non illustra il primo, come da tradizione, ma è autonomo e possiede un suo ritmo.
Marina Abramović, invece, nata nel 1946 a Belgrado, è una performance artist che, attiva fin dagli anni Settanta, esplora nel suo lavoro la relazione tra performer e pubblico, i limiti del corpo e le possibilità mentali delle performance rituali centrate su autolesionismo fisico, lunga durata e trasformazione emotiva e spirituale.
Dal loro incontro con il cantante e compositore Antony Hegarty e con l’attore Willem Dafoe è nata l’opera teatrale riguardante la biografia della donna e la cui lavorazione è stata immortalata in questo mediometraggio da Giada Colagrande (moglie del protagonista de L’ultima tentazione di Cristo e Platoon), la quale racconta: “Quando ho saputo che Robert Wilson avrebbe diretto un’opera sulla biografia di Marina Abramović, mi sono chiesta ‘dove s’incontreranno il maestro dell’artificio e la madrina del reale?’ Sposeranno il teatro con la performance art o sarà una lotta tra titani?’ Due anni dopo, mi rendo conto che ciò che è avvenuto è molto più misterioso e magico di qualsiasi risposta alle mie domande”.

Spiando Marina

Quindi, l’interpretazione di Wilson della vita di Marina, tutt’altro che una biografia convenzionale, finisce in un assemblaggio di riprese delle prove ed interviste degli artisti al lavoro, dal già citato Hegarty al musicista minimalista William Basinski.
Senza contare, ovviamente, lo stesso Wilson e Dafoe, il quale, con la sempreverde Diana a fare da sottofondo, si cimenta perfino in un intenso monologo.
Mentre questa collaborazione unica viene esplorata dall’interno, tracciando un intimo ritratto che rivela dinamiche, entusiasmi e paure di ognuno degli artisti durante la messa in scena di quello che, tempestato di immagini assurde, folli e colorate, non fatica a manifestare le fattezze di un visivamente straordinario e poetico spettacolo.
Man mano che apprendiamo che la Abramović è venuta al mondo subito dopo la guerra del 1946 e che sul suo futuro artistico ha influito non poco l’educazione militare ricevuta dai genitori, legati al regime di Tito.
Perché, come la Colagarande precisa: “Il terreno su cui si sono incontrati Bob Wilson, Marina Abramović, Antony Hegarty e Willem Dafoe è un palcoscenico popolato dalla vita della Abramovic, dai suoi personaggi e dai suoi fantasmi, ma anche dalle vite, personaggi e fantasmi di tutti coloro che vi hanno lavorato. Un coro di artisti e musicisti straordinari ha contribuito nei modi più diversi, dal canto epico balcano alla musica elettronica, dalla danza al vaudeville, alla durational performance”.

The Life and death of Marina Abramovic “Ogni volta che The Life and death of Marina Abramović va in scena, anche il pubblico vede su quel palcoscenico la propria vita e morte: Marina ne è il paesaggio, Bob Wilson la mente, Antony il cuore e Willem il corpo”. Così, Giada Colagrande - autrice di Black widow (2005) e A woman (2010) - sintetizza il suo giudizio sullo spettacolo teatrale riguardante la vita di Marina Abramović e che ha segnato l’incontro della performance artist con il regista Bob Wilson, il cantante e compositore Antony Hegarty e l’attore Willem Dafoe. Spettacolo di cui racconta la genesi e la lavorazione in questo backstage di circa cinquantasette minuti che, in fin dei conti, rimane senza infamia e senza lode ed utile soltanto per coloro che vogliono avventurarsi alla sua scoperta.

6

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