Recensione The infliction

Un esordio che raduna le horror star!

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Almeno per i fan irriducibili dell'orrore su celluloide, l'elemento che maggiormente spinge ad avventurarsi nella visione del primo lungometraggio scritto e diretto dal giovane Matthan Harris, proveniente dagli short e con alle spalle diverse esperienze d'attore (ha avuto anche un piccolo ruolo in Trespass di Joel Schumacher), è individuabile senza dubbio nel nutrito cast di volti noti provenienti da cult e classici del filone.
Infatti, abbiamo il Sid Haig de La casa dei 1000 corpi (2003) e La casa del diavolo (2005) nei panni di uno psicologo, Doug Bradley, ovvero il Pinhead dell'infernale saga barkeriana Hellraiser, in quelli di un agente di polizia, e il nostro Giovanni Lombardo Radice - il cui lunghissimo curriculum annovera, tra gli altri, Paura nella città dei morti viventi (1980) di Lucio Fulci, La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato e Il nascondiglio (2007) di Pupi Avati - impegnato a concedere anima e corpo al tenente Lorenzo.
Senza contare Bill Moseley - anch'egli proveniente dal citato dittico per mano di Rob Zombie - nel ruolo del folle padre di David O'Hara, problematico studente di medicina incarnato dallo stesso regista, il quale si dedica in continuazione allo stupro e all'uccisione di donne.

Attenti al Matthan!

I circa ottantasei minuti di visione, infatti, vedono prima il folle mettere incinta Melissa Daniels alias Lindsay Hightower per poter rimpiazzare la famiglia che perse da bambino, poi lo stesso intento a portare avanti la sua sanguinaria vendetta dopo che la polizia è riuscita a liberare e salvare la ragazza.
Però, sebbene alcuni degli omicidi non esitino a mostrare spargimenti di liquido rosso e, tra gli altri, abbiamo anche un corpo fatto a pezzi, sembra essere del tutto assente il coinvolgimento nell'esordio di Harris; il quale, in più di un'occasione, lascia tranquillamente avvertire un certo sapore generale più vicino all'amatorialità che a un prodotto professionale (sarebbe sufficiente citare i bambolotti sfruttati per fare da neonati).

In poche parole, anche se il sangue non manca, a latitare è la tensione, man mano che il look dell'insieme non fatica a distaccarsi da quello dei peggiori, noiosi thriller destinati al piccolo schermo.
Senza contare il fatto che a penalizzare ulteriormente l'operazione sia uno script piuttosto confuso che difficilmente lascia comprendere sia il senso dell'intreccio, sia quali fossero le intenzioni dell'autore, con ogni probabilità interessato a fornire una horror allegoria in aria di denuncia sociale.
Ma si sente non poco la necessità di quella malata, efficace atmosfera che aveva caratterizzato veri e propri capolavori del filone serial killer del calibro di Henry-Pioggia di sangue (1986) di John McNaughton e Maniac (1980) di William Lustig; in quanto, in questo caso, rimaniamo dalle parti di mediocri e poco conosciuti lavori come Murder-set-pieces (2004) di Nick Palumbo e simili, che nel nostro paese (e non solo) finiscono giustamente relegati poco e male nell'universo degli inediti sbattuti in home video.

The infliction Nei panni di un giovane studente di medicina con la passione per lo stupro e l’uccisione di donne, è lo stesso regista Matthan Harris - qui alle prese con il suo primo lungometrggio - a vestire i panni del protagonista in quello che trova il suo principale motivo d’interesse nella varietà di nomi coinvolti; da Sid Haig a Bill Moseley, passando per Doug Bradley e il nostro Giovanni Lombardo Radice. Tutti nomi legati alla celluloide della paura degli ultimi trent’anni, ma che risultano decisamente sprecati all’interno di circa ottantasei minuti di visione noiosi, confusi e il cui look generale oscilla tra quello di un brutto thriller televisivo e quello di un prodotto semi-amatoriale.

4

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