Recensione The Green Inferno

Eli Roth omaggia il cannibal movie di Ruggero Deodato con una pellicola che non manca di spargimenti di liquido rosso e frattaglie ma senza puntare al realismo quanto al grottesco e all'ironia.

recensione The Green Inferno
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Trasformatosi nel giro di pochissimi anni in uno dei nomi di punta del cinema horror americano, grazie alla sua opera d'esordio Cabin fever, del 2002, e, soprattutto, ai primi due capitoli della splatterissima serie Hostel, rispettivamente datati 2005 e 2007, per questo suo quarto lungometraggio da regista il bostoniano classe 1972 Eli Roth ha affermato di essersi ispirato a lavori di Werner Herzog quali Fitzcarraldo e Aguirre furore di Dio, entrambi interpretati da Klaus Kinski, ovvero uno dei suoi attori preferiti.
Ma è chiaro che le due pellicole in questione lo abbiano influenzato soltanto per quanto riguarda l'ambientazione e la tipologia di fotografia, in quanto, come potranno ricordare soprattutto gli appassionati di cinema horror italiano, The green inferno fu anche il titolo della seconda parte che costituì il chiacchieratissimo Cannibal holocaust, diretto nel lontano 1980 da Ruggero Deodato e incentrato su quattro giovani reporter incaricati dalla immaginaria emittente televisiva BDC di realizzare un documentario riguardante le tribù che praticano il cannibalismo nella regione brasiliana.
Lo stesso Ruggero Deodato che, non a caso, viene omaggiato qui tramite una grande scritta posta al termine dei titoli di coda.

Perù 'n pugno di vittime

Con incluso nel cast il Daryl Sabara della saga Spy kids, però, il film in questione non parte da un gruppetto di reporter, bensì da una combriccola di amici ambientalisti che, comprendente la bella Justine alias Lorenza Izzo, parte da New York per il Perù nella speranza di salvare dall'estinzione una tribù locale; in quanto, come lo stesso Roth spiega: "Ho scritto una storia su degli studenti che vogliono risolvere i problemi del mondo nel modo più facile: condividendoli on line. Poi, mentre stavo terminando la sceneggiatura, Kony 2012 è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Chiunque 'twittasse' notizie da YouTube intimava agli altri di fare lo stesso, trattando chi non accettava di farlo come dei mostri indifferenti nei confronti della sorte dei bambini-soldato ugandesi. Questa è stata a mio avviso la dimostrazione di come le persone volessero sembrare impegnate a tutti i costi, mentre un mese dopo il leader della loro causa si stava masturbando per le strade di San Diego. Non è servito a nulla. Certo, è aumentata la consapevolezza, ma non è retwittando i link dei video di YouTube che si fermeranno i signori della guerra".

Ultimo mondo cannibale

Senza immaginare non solo che l'aereo sul quale viaggiano arriva a schiantarsi nella giungla, ma anche che essi finiscono nelle mani degli indigeni, che li catturano con intenzioni tutt'altro che buone nei loro confronti, costringendoli a una disperata lotta per la sopravvivenza nel tentativo di non essere divorati.
Quindi, un po' come accadde nel periodo d'oro del cosiddetto cannibal movie, ovvero il filone cinematografico nostrano che, oltre alla già citata pellicola di Deodato, annoverò, tra gli altri, Ultimo mondo cannibale, diretto realizzato dallo stesso nel 1977, e Cannibal ferox di Umberto Lenzi, risalente al 1981, l'attesa da parte dello spettatore è tutta per le disgustose nefandezze operate dai selvaggi mangia-uomini.
Nefandezze cui viene lasciato spazio soltanto dopo una sufficientemente coinvolgente prima parte riservata alla presentazione dei diversi personaggi, man mano che troviamo in scena anche il Richard Burgi che, noto per la serie televisiva Desperate housewives - I segreti di Wisteria Lane, il regista già ebbe modo di sfruttare nel secondo Hostel.
Nefandezze che hanno inizio con uno dei ragazzi il cui corpo viene orrendamente martoriato dopo avergli cavato gli occhi a mani nude, un po' come accadde in Zombi holocaust di Marino Girolami, ma che, in realtà, nonostante individui impalati e sgozzamenti, sembrano diventare sempre meno cruente man mano che i fotogrammi avanzano.
Perché è vero che il tutto non manca di apparire decisamente movimentato e godibile, ma, complici momenti come quello che coinvolge fintissime termiti concepite in digitale ed il fatto che, indigene a parte, le protagoniste non vengano denudate più di tanto, non si fatica ad avvertire l'assenza di quel realismo che contribuì in maniera fondamentale, invece, a rendere il cult deodatiano un must imitato non poche volte dalle produzioni su celluloide d'oltreoceano, a partire da The Blair witch project - Il mistero della strega di Blair.
Se non altro, mentre viene introdotto anche un discorso relativo alle apparenze ed alle maniere riplorevoli di farsi pubblicità, qui non abbiamo animali uccisi veramente davanti alla macchina da presa.

The Green Inferno Autore dei primi due Hostel, Eli Roth rifà a modo suo Cannibal holocaust (1980) di Ruggero Deodato, con tanto di dedica al regista al termine dei titoli di coda. Proprio come ai tempi del periodo d’oro del cannibal movie, l’insieme non manca di spargimenti di liquido rosso e frattaglie, ma Roth non sembra puntare particolarmente sul realismo che contribuì a trasformare in cult il film di Deodato, tanto da introdurre perfino momenti ironici. Quindi, ciò che viene fuori altro non è che un guardabile ma visibilmente artificiale omaggio al filone che, al contrario, si costituì di elaborati dal taglio quasi documentaristico.

6

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