Recensione The ghostmaker

Distribuzione indipendente apre il 2013 all'insegna dell'horror

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Con le fattezze del televisivo Aaron Dean Eisenberg, il giovane Kyle è uno studente del college che, al fine di guadagnare un po' di soldi, svuota cantine; fino al giorno in cui, nel sotterraneo dell'abitazione di una signora piuttosto inquietante, trova una bara.
Internazionalmente conosciuto anche con il titolo Box of shadows, parte da qui il terzo lungometraggio horror di Mauro Borrelli, autore di Branches (2004) e Haunted forest (2007), nonché conceptual artist per non pochi nomi noti della Settima arte; da Francis Ford Coppola Tim Burton, passando per Bernardo Bertolucci, Terry Gilliam e Gore Verbinski.
Lungometraggio destinato a proseguire con il ragazzo che, pensando inizialmente di vendere il particolare oggetto, prima scopre che in un doppio fondo sono nascosti un meccanismo a orologeria e la chiave di una scatola musicale, poi viene a conoscenza del fatto che esso, nel XV secolo, è appartenuto al malefico Wolfgang von Tristen, conosciuto come "L'artigiano del Diavolo": un costruttore di meccanismi di tortura che, irresistibilmente attratto dalla morte e dal mondo dell'oltretomba, realizzò la bara - da lui denominata "La macchina fantasma" - e, tramite essa, riuscì a uscire dal proprio corpo mortale.

Il ritorno di Distribuzione indipendente

Realtà distributiva libera per il cinema indipendente, d’autore e di genere fondata nel Giugno 2011 da Giovanni Costantino, Alessandra Sciamanna e Daniele Silipo, Distribuzione indipendente, dopo l’esordio 2011-2012, torna con un nuovo listino che apre proprio con The ghostmaker. Gli altri titoli annunciati per il 2013: Vietato morire di Teo Takahashi, W Zappatore di Massimiliano Verdesca, Bomber di Paul Cotter, Beket di Davide Manuli e il collettivo P.O.E.- Poetry of Eerie.

La linea mortale di Borrelli

Con un cast principalmente costituito da altri nuovi volti legati in particolar modo al piccolo schermo, da J. Walter Holland a Liz Fenning, quindi, la circa ora e mezza di visione si costruisce soprattutto sui tentativi attuati da Kyle e dai suoi amici per provare - sdraiandosi a turno nella cassa - la sensazione del passaggio dalla vita alla morte sperimentata da Tristen.
Ma, come è lecito aspettarsi, quello che inizia come un innocente gioco non tarda a rivelare il suo lato pericoloso, in quanto, oltre a tirare fuori gli impulsi e i desideri più pericolosi di ognuno dei protagonisti, il diabolico marchingegno fa apprendere loro che, se si vuole scherzare con la morte, c'è sempre un prezzo da pagare.
Man mano che il cinefilo maggiormente portato per il genere non può fare a meno di avvertire influenze da parte di lavori quali Ghost-Fantasma (1990) di Jerry Zucker o titoli meno conosciuti come Reeker-Tra la vita e la morte (2005) di David Payne; anche se, come dichiarato dallo stesso regista, il vero tentativo dell'operazione è quello di omaggiare Linea mortale (1990).
Tanto che il personaggio di nome Julie Strain, interpretato dalla succitata Fenning, non vuole essere un omaggio all'omonima modella di Penthouse e reginetta dei b-movie, ma alla Julia Roberts protagonista del fantafilm diretto da Joel Schumacher.
Nel corso di circa novantuno minuti di visione che, principalmente costruiti su lenti ritmi di narrazione ed infarciti con buoni effetti visivi, provvedono a generare l'attesa nei confronti della loro movimentata parte finale; senza regalare nulla di particolarmente memorabile, ma possedendo il non trascurabile pregio di incarnare i connotati di un lungometraggio d'intrattenimento che, seppur concepito da italiani, sfoggia un look decisamente internazionale.
Come accadde, dalle nostre parti, fino ai tempi della Filmirage del compianto Joe D'Amato/Aristide Massaccesi.

The ghostmaker Un ristretto gruppo di ragazzi e una bara piuttosto particolare sono gli ingredienti principali di un thriller soprannaturale destinato a giocare con i fantasmi e l’aldilà. Il regista Mauro Borrelli, non alla sua opera prima ma dal lungo curriculum principalmente costruito sull’attività di conceptual artist, confeziona un piccolo film che guarda al grande cinema di genere d’oltreoceano, ma sfrutta un look da b-movie anni Novanta rivolto ai teen-ager. Con la risultante di una piccola opera ricca di omaggi e citazioni, ma il cui principale motivo d’importanza risiede nel testimoniare come, in Italia, non sembra più essere possibile concepire operazioni di genere a basso budget che gli italiani, comunque, dimostrano ancora di essere in grado di realizzare in terra statunitense... senza uscire sconfitti nel confronto con quelle sfornate dagli americani stessi.

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