Venezia71

Recensione The Cut

Il regista turco-tedesco Fatih Akin, a cinque anni da Soul Kitchen, sforna un film drammatico dai connotati epici, in cui un giovane padre di famiglia parte alla ricerca delle figlie strappategli via

recensione The Cut
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Turchia, 1915. Nazaret Manoogian, un giovane padre di famiglia del piccolo villaggio di Mardin, si vede improvvisamente strappato a sua moglie e alle loro due gemelline quando tutti i maschi al di sopra dei quindici anni vengono reclutati per entrare nell’esercito russo. Nazaret si ritrova così coinvolto nel massacro degli armeni, uno dei più spaventosi genocidi di inizio secolo; mentre tutti i suoi compagni sono trucidati senza pietà, l’uomo riesce a salvarsi per miracolo grazie alla generosità di uno dei mercenari, benché a causa di un taglio alla gola (il “cut” del titolo originale) perda l’uso della voce. Tratto in salvo, Nazaret vorrebbe fare ritorno al proprio villaggio, ma scopre con orrore che tutti i suoi abitanti sono stati uccisi o deportati. Ad infondergli una flebile speranza è la notizia che le sue figlie potrebbero essere ancora vive: da allora, Nazaret inizia un infaticabile viaggio allo scopo di ritrovarle, un viaggio che lo porterà fino al continente americano...

Ambizioni da kolossal

All’annuncio del programma della 71° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Fatih Akin era apparso come uno dei nomi più quotati all’interno del concorso; del resto il regista tedesco di origini turche, il cui ultimo lungometraggio di finzione - l’apprezzato Soul Kitchen - risale ormai a cinque anni fa, è uno dei cineasti europei più stimati dello scorso decennio, grazie ai consensi riscossi da titoli come La sposa turca e Ai confini del paradiso. Naturale, dunque, che attorno a Il padre si fosse sviluppata una notevole curiosità, direttamente proporzionale alla portata del clamoroso tonfo di Akin; perché il suo nuovo film, accolto con freddezza al Lido, segna il punto più basso toccato dalla prima metà dei titoli in concorso a Venezia. Un fiasco reso ancor più pesante dalle notevoli ambizioni di questa imponente co-produzione internazionale, che vorrebbe proporsi come un tipico kolossal da esportazione (e ciò potrebbe spiegare la scelta dell’utilizzo della lingua inglese) senza però dimostrare di possederne il respiro epico, né tanto meno il ritmo adeguato a sorreggere i 138 minuti di durata o una gestione convincente della materia narrativa, con svolte e colpi di scena spesso forzati o fin troppo programmatici.

Il fiasco di Akin

La prima metà del film, in particolare, rivela gli inesorabili limiti di un prodotto patinato che alterna uno stile da fiction televisiva di medio livello ad un’irritante “spettacolarizzazione della sofferenza”. Fatih Akin vorrebbe realizzare un grandioso dramma bellico alla David Lean o alla Anthony Minghella, ma Il padre non è mai davvero incisivo o coinvolgente, neppure quando tenta di suscitare il pathos ricorrendo agli omaggi a Charlot, la cui figura è accostata a quella del vagabondo Nazaret, un sopravvissuto che si batte strenuamente per riabbracciare le proprie figlie. Ed è perfino sul personaggio principale che Akin inciampa in maniera inspiegabile: l’interprete di Nazaret, Tahar Rahim (ovvero il talentuoso protagonista de Il profeta), mostra un evidente disagio con la lingua inglese, e in tal senso la scelta di “ammutolire” lo sventurato Nazaret appare quanto mai provvidenziale. In definitiva, Il padre risulta figlio di un cinema sorpassato e stantio, che sarebbe risultato anacronistico già mezzo secolo fa, e che oggi appare del tutto incapace di parlare al presente o di rinverdire i fasti del genere epico-avventuroso.

Il padre Il regista turco-tedesco Fatih Akin segna una delle maggiori delusioni della 71° edizione della Mostra del Cinema di Venezia: il suo imponente dramma storico Il padre sfodera ambizioni da kolossal d’altri tempi, ma senza possederne né il respiro epico, né tanto meno una struttura ed uno stile adeguati alla materia narrativa. Al tonfo complessivo contribuisce non poco l’interpretazione stentata del protagonista Tahar Rahim, in palese disagio con la recitazione in lingua inglese.

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