The Bye Bye Man, la recensione dell'horror movie che ha terrorizzato l'america

Ispirato a fatti realmente accaduti, The bye bye man di Stacy Title porta in scena un nuovo boogeyman nell'ambito del panorama horror.

recensione The Bye Bye Man, la recensione dell'horror movie che ha terrorizzato l'america
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È una strage attuata tramite l'utilizzo di un fucile il 20 Ottobre del 1969 - ma che ascoltiamo soltanto - quella che apre The bye bye man, a quanto pare ispirato ad eventi di cronaca realmente accaduti e caratterizzati da inspiegabili omicidi familiari messi in atto da persone assolutamente tranquille e "normali", improvvisamente impazzite. Ne è protagonista il brillante ma insicuro Elliot, interpretato da Douglas"Ouija"Smith, il quale, mosso da ideali di amicizia e famiglia da quando, diventato orfano, è stato cresciuto dal fratello maggiore, si trasferisce in una nuova casa per vivere insieme alla bellissima ed empatica ragazza Sasha alias Cressida Bonas e al loro migliore amico festaiolo John, con le fattezze del televisivo Lucien Laviscount. Casa in cui, però, sono custodite le tracce della forza soprannaturale del titolo, che ha terrorizzato per decenni vittime ignare e a proposito di cui lo sceneggiatore Jonathan Penner osserva: "Bye bye man è come una qualsiasi altra entità distruttiva, che si tratti di una dipendenza o un cattivo amante, o una malattia, tira fuori il peggio di te. Ti indebolisce e gioca con il tuo io peggiore".

Non dirlo, non pensarlo...

Un'entità che entra nelle menti della combriccola e nel mondo reale usando come strumento un'amica dei tre: Kim, ovvero Jenna Kanell, insieme alla quale improvvisano una seduta spiritica ricordando, in un certo senso, ciò che accadde nell'ingiustamente dimenticato cult degli anni Ottanta La notte dei demoni di Kevin S. Tenney. D'altra parte, man mano che il boogeyman comincia a trasformare in un incubo ad occhi aperti l'esistenza del quartetto, i riferimenti alla celluloide dell'orrore del passato sono evidenti; dal richiamo al personaggio di Candyman, dovuto al fatto che, per evocare l'essere sotto i cui connotati si nasconde Doug Jones, bisogna pronunciarne il nome, ai graffi kruegeriani che compaiono su un muro. Ma, se essi possono tranquillamente essere considerati più o meno voluti omaggi, si rivela piuttosto difficile scovare la necessaria originalità in The bye bye man, oltretutto comprendente nel cast la veterana Faye Dunaway in una irrilevante partecipazione e la matrixiana Carrie-Anne Moss, talmente poco presente che sembra quasi suggerire di aver preso parte al film durante le pause dalle riprese di un altro. Perché, ciò che la regista Stacy Title - autrice di Una cena quasi perfetta e Hood of horror - definisce una tragedia greca, in quanto i protagonisti non si rendono conto di essere spacciati, si riduce ad una piuttosto noiosa sequela di visioni zombesche e livelli audio modulati nel tentativo di far balzare lo spettatore dalla poltrona. Con la mattanza destinata ad avere inizio soltanto nella seconda fase dei novantasei minuti totali e l'entrata in scena di Gloomsinger, demoniaca creatura dalle sembianze canine che è, praticamente, l'animale domestico del Bye bye man. Animale che è la sua voce e i suoi occhi, ma che, come pure la sequenza della vittima che finisce investita da un'automobile, sembra lasciar emergere una certa ridicolezza involontaria nel corso di un'operazione poco chiara per quanto riguarda la genesi del mostro e che manifesta un sapore di già visto anche nei risvolti atti ad accompagnarne l'epilogo.

The Bye Bye Man Se elimini tutti i riferimenti a un fatto del passato, quel passato non esiste più. Storia di crescita, paure, redenzione, ansia e allucinazioni, The bye bye man si propone di introdurre nella cinematografia della paura un nuovo essere ultraterreno. Ma gli oltre due milioni di spettatori terrorizzati negli USA di cui parla la locandina italiana dovrebbero spiegare cosa possa avergli suscitato tanto terrore, considerando che l’insieme non solo - come buona parte degli horror movie d’inizio terzo millennio - non riesca nell’impresa di fornire un “Uomo nero” capace di lasciare il segno a differenza dei vari Jason Voorhees e Freddy Krueger, ma appare piuttosto prevedibile nella distribuzione degli spaventi e privo di una vera e propria carica innovativa.

5.5

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