Venezia 2012

Recensione Superstar

Giannoli e il suo "uomo comune" che diventa superstar

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Chissà se, nei lontani anni Venti, ai tempi in cui l’ingegnere scozzese John Loige Baird ne concepì un modello primordiale, qualcuno aveva già potuto immaginare quale pericoloso strumento sarebbe diventata, in seguito, la televisione, spesso portatrice di messaggi tutt’altro che positivi destinati a influenzare le masse; nonché veicolo principalmente preso di mira dai comuni mortali al fine di ottenere visibilità e almeno un briciolo di successo.
Del resto, complici i vari Grandi fratelli e Isole dei famosi, non possiamo certo negare di trovarci nel secolo in cui è continuamente in atto la corsa ai reality intrapresa da illustri signori nessuno intenti a trasformarsi in star senza arte né parte.
Un aspetto decisamente poco confortante di una società ormai sempre più propensa ad abbandonarsi all’appiattimento culturale e del quale, in chiave spesso violenta e, addirittura horror, hanno già provveduto - in forma bene o male allegorica - a muovere una certa critica non pochi lungometraggi cinematografici; da Contenders serie 7 (2001) di Daniel Minahan a Live!-Ascolti record al primo colpo (2007) di Bill Guttentag, oltre ad Halloween-La resurrezione (2002) di Rick Rosenthal.

Solo chi Kad...

Nel caso della pellicola diretta dal francese Xavier Giannoli, autore del drammatico Corpi impazienti (2003), si parte, però, dal romanzo The idol di Serge Joncour per raccontare attraverso un tono dolce-amaro una vicenda che, in fin dei conti, non appare poi molto distante da quella che ha visto protagonista il nostro Roberto Benigni nel To Rome with love (2012) che ha rappresentato l’escursione in territorio tricolore per il maestro della risata americana Woody Allen.
Infatti, come accadeva al regista e interprete de La vita è bella (1997) all’interno di quell’opera corale, abbiamo il Kad Merad di Giù al Nord (2008) nei panni di Martin Kazinski: un cittadino come molti, se non fosse per il fatto che, senza neppure sapere il perché, si ritrova improvvisamente trasformato in una celebrità, tra fan che lo assediano ovunque vada e continue apparizioni televisive, sebbene rientri tra i pochi comuni mortali d’inizio terzo millennio propensi a detestare la fama e ciò di cui si cibano un po’ tutti gli spettatori del piccolo schermo.

...può risorgere

E, sebbene non risulti affatto assente l’ironia, è quasi impossibile non avvertire un certo retrogusto da horror a sfondo sociale nel corso dell’oltre ora e cinquanta di visione, man mano che si parla dell’ipotetico reality L’eredità dello zio Enrico e viene tirato in ballo un travestito italiano che tanto spinge a pensare a un riferimento al Vladimir Luxuria delle prime apparizioni in pubblico.
Mentre, nel delineare efficacemente il cinico e falso universo televisivo, dove tutto è studiato a tavolino per illudere lo spettatore porta-successo, ormai propenso a guardare ciò che disprezza e a desiderare soltanto di applaudire e ridere, viene sfruttata una bella sceneggiatura ricca di tutt’altro che disprezzabili dialoghi.

Senza dimenticare rapper che fanno scandalo e conduttori cocainomani, al fine di testimoniare quello che è ormai diventato un mondo violento e volgare che, capace di pensare soltanto al denaro, trova il suo perfetto specchio proprio nello squallore della tv; la quale arriva a usare per i propri interessi persone come, appunto, Kazinski, per poi abbandonarle e lasciarle in preda agli antidepressivi quando non gli occorrono più.
Perché è di un meccanismo dal quale non si esce più fuori che si tratta, lo stesso che spinge all’emulazione nei confronti di qualsiasi banale gesto fatto da un personaggio che va in televisione.
Un meccanismo che, per essere fronteggiato, necessita probabilmente del ritrovamento della oggi perduta umanità, come lascia intuire il coinvolgente film di Giannoli; oltretutto impreziosito dall’ottima prova del cast, spaziante dalla Cécile De France de Il ragazzo con la bicicletta (2011) al Louis-Do de Lencquesaing di Travolti dalla cicogna (2011).
Coinvolgente film che, in particolar modo, invita a chiederci per quale motivo, al giorno d’oggi, si è famosi.

Superstar Protagonista dell’acclamato Giù al Nord (2008) di Dany Boon, dal quale gli italiani hanno ricavato il fortunatissimo Benvenuti al Sud (2010) di Luca Miniero, Kad Merad incarna un cittadino come tanti che, senza capirne il perché, finisce per essere trasformato in una celebrità del piccolo schermo. Mentre, continuamente in bilico tra la commedia e massicce dosi di amarezza, l’esile idea di partenza viene efficacemente sfruttata al fine di proporre un coinvolgente, interessante atto di denuncia su celluloide nei confronti dei perversi meccanismi dettati dal falso, spietato universo televisivo. Un universo che, purtroppo, sembra continuare a contribuire non poco a stimolare la perdita di umanità che caratterizza il triste mondo d’inizio terzo millennio. Se non si fosse capito, è un film da non perdere.

7.5

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