Recensione Sul Vulcano

Gianfranco Pannone racconta il Vesuvio e i suoi 'abitanti' in un documentario che mischia vitale bellezza e tragica fatalità

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Presentato nella sezione ufficiale del 65° Festival del Film Locarno, Sul Vulcano di Gianfranco Pannone è uno di quei mirabili casi dove lo stile documentaristico e la forza dell'opera filmica convivono in equilibrio, attraverso un racconto che unisce la sacralità del reale al potere evocativo di un narrare seducente dove immagini, musiche e parole trovano un loro punto d'incontro ideale senza perdere di vista l'importanza del Soggetto. Sul Vulcano è infatti il ritratto di un tema ‘scottante' (in tutti i sensi), ossia di quelle vite (fin troppo numerose) che popolano le pendici del Vesuvio, avvolte in una precarietà che da un lato ‘aizza' la loro vitalità partenopea e dall'altra ne limita enormemente il potenziale di vita. Maria, Matteo e Yole sono solo tre di quelle tante esistenze nate e cresciute all'ombra del Vesuvio, che hanno maturato con quello strano monte ‘sbuffante' un controverso rapporto di amore e odio, che rassomiglia tanto a quei rapporti sentimentali dove regna l'idea del "né con te né senza di te". Nessuno dei tre protagonisti riesce infatti ad allontanarsi dalle pendici di quel ‘padre putativo' anche se ciò di fatto significa rinunciare in parte ai propri sogni, desideri, e vivere all'ombra della morte, col fiato sospeso nel'attesa di una possibile e letale eruzione. Eppure, i tre protagonisti portano avanti con assoluta tenacia e serietà le loro non facili vite. Maria lavora in un'azienda florovivaistica situata ai piedi di una villa vesuviana in abbandono, ma in realtà coltiva numerose passioni e in lei vibra da sempre un'anima da intellettuale; Matteo è un pittore che ‘gioca' con la lava del Vesuvio per realizzare le sue opere d'arte e tracciare un filo con quel passato ‘reattivo' che potrebbe prima o poi tornare a fare capolino; poi c'è Yole, cantante neomelodica che unisce la sua passione per la musica alla profonda identità religiosa che lega lei e tutti i suoi compaesani a figure sacre come la Madonna, San Gennaro, ma anche lo stesso ‘dio Vesuvio'. Tutti insieme sono protagonisti di un vivere in bilico che è diventato nel tempo un reale modo d'essere, di esistere, di convivere a braccetto con quel senso permeante di fatalità.

Filmando la realtà

Il documentarista Gianfranco Pannone abbandona il sentiero prettamente storico di gran parte dei suoi lavori precedenti per abbracciare invece l'idea di un documentario moderno che fonde l'attualità di una realtà sociale ben precisa con la storia di un vulcano (il Vesuvio, appunto) ancora pericolosamente attivo. Una storia che viene ripercorsa non solo attraverso testimonianze antiche e moderne, ma anche attraverso le preziose immagini di repertorio dell'Istituto Luce sulle storiche eruzioni del Vesuvio. Nel fare questo, Pannone riporta alla ribalta il sempreverde tema di una Natura che tende a ripristinare il proprio stato di origine e fine delle cose, una realtà da sempre in contrasto con il tentativo (vano) dell'uomo di dominarla. Questa incapacità umana di arrendersi all'evidenza e agire di conseguenza la racconta perfettamente e con grande umorismo il passo tratto da Il sangue di San Gennaro di Sàndor Marai che Pannone usa a chiusura del suo lavoro e in cui riecheggiano potenti le parole ‘immaginarie' pronunciate dallo stesso Vesuvio: "Li tengo d'occhio. Adesso credono che io dorma, e si son fatti di nuovo insolenti. Ammiccano si mettono a studiare i miei segreti, fanno gli spacconi, dicendo che anche loro sono capaci di produrre esplosioni più violente e rumorose delle mie... E non ho ancora detto l'ultima parola".


Si tratta di uno dei tanti commenti narrativi tratti da una vasta gamma di testi e autori perfettamente giustapposti e integrati alla narrazione (dal De immenso di Giordano Bruno a La leggenda del Futuro di Matilde Serao, dalla Ginestra di Leopardi a L'immondizia del mondo di Fabrizia Ramondino, ma anche Curzio Malaparte e il Marchese de Sade) che Pannone inserisce per raccontare e argomentare il percorso storico del rapporto dell'uomo con il suo amico/nemico il Monte Vesuvio. Grandi nomi della letteratura (riletti e interpretati da attori come Toni Servillo, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Leo Gullotta, Iaia Forte) che si mescolano poi a nomi comuni, quelli della gente che lì vive cercando di far quadrare il proprio cerchio, per convergere verso un unico grande discorso che mette a confronto le cose belle (la spontaneità della vita, della natura, della gente) con le cose brutte (l'indifferenza dell'uomo verso il prossimo e la sua cieca volontà di governare il mondo). Ma le cose belle qui primeggiano, dalla voce della letteratura, a una musicalità eterogenea che mischia la voce della giovane Yole che intona versi a Maria con lo splendido commento sonoro al film di Daniele Sepe, fino ad arrivare al ritratto di una ‘vesuvianità' sincera, limpida, che rifugge la rappresentazione stereotipata del ‘napoletano' da macchietta. In questa compostezza dalla quale emerge invece un'intensità emotiva forte e toccante, Sul Vulcano sembra quasi intrattenere con un altro documentario (Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno - meraviglioso ritratto di un campanilismo ‘interrotto') proprio la parentela di una bellezza mortificata e quasi violentata ma stoicamente resiliente a sé stessa. Sono due lavori che similmente guardano a uno stesso mondo bistrattato per ripristinarne tutta la dignità, la forza e l'onestà morale.
Il Vesuvio raccontato ne La ginestra di Giacomo Leopardi

Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e cólti,
e biondeggiar di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose,
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme.

Sul Vulcano Sul vulcano di Gianfranco Pannone, viaggio che ricostruisce il rapporto d’amore e di conflitto tra il Vesuvio e l’uomo, è un’opera che come nelle intenzioni del regista mischia e mette perfettamente a fuoco il sacro e il profano della vita nel loro contrasto, rifuggendo qualsiasi sensazionalismo e abbracciando appieno invece tutta la gamma di sentimenti di un’esistenza (specie se precaria) in cui convivono di pari passo estemporanee sofferenze ed eterna bellezza. Una potenza narrativa insolita per un documentario, e che sembra essere il frutto diretto della volontà sincera di raccontare un mondo sospendendo ogni giudizio ma mostrandone invece senza filtri le sue molteplici sfumature di senso e significato.

7.5

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