Recensione Su Re

La Passione di Cristo 'parla' sardo nell'opera seconda di Giovanni Columbu

recensione Su Re
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Tratto dai vangeli di Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Su Re di Giovanni Columbu (già regista di Arcipelaghi) è la passione di Cristo trasportata in terra sarda, smitizzata e resa nell'asprezza di una terra di paesaggi e gente di pietra attraverso i quali si dispiega il racconto delle ultime ore di Gesù, tradito e pianto, straziato e contemplato. Columbu ricostruisce il supplizio e la Via Crucis attraverso il paesaggio pietroso di Supramonte fissandolo poi nel volto asimmetrico di un Cristo popolare, piccolo e strabico (lontano dall'immagine iconografica del Cristo slanciato e dalla chioma fluente) eppure altrettanto (o forse per questo più) vicino al racconto di un martirio compiutosi sotto lo sguardo gaudente o sofferente della gente. Interpretato da Fiorenzo Mattu (che in prima battuta doveva fare Giuda, poi interpretato da Antonio Forma), il Cristo di Columbu è rappresentazione in bilico tra sacro e profano, capace di veicolare grazie alla sua immagine ruvida - come i luoghi e la gente che lo circondano - il dolore a un livello più primitivo, inconscio, strettamente legato all'asprezza essenziale della natura. Un ritratto che s'ispira alle parole del profeta Isaia: "...non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poter compiacere" e che cerca il contatto con una dimensione puramente interiore, quella dimensione visibile solo ai "puri di cuore". La stessa purezza che Columbu ricerca anche nella gente che affolla le tappe del martirio di Cristo, e sul cui volto e sui cui sguardi Columbu si sofferma più di ogni altra cosa, lasciando spesso la scena ferma sui loro volti scavati, e i loro occhi gravidi di astio, incomprensione, sofferenza, mentre il supplizio di Gesù si svolge fuori campo. È infatti proprio attraverso i volti e il rimbalzare da un sogno e da un ricordo all'altro che Su Re riesce a imprimersi nella mente e a ripercorrere con rara pregnanza e intimità il calvario di Gesù, conseguenza di quell'astio innato e di quella voglia di vendetta ingiustificata connaturati alla natura umana.

Tra realismo e neorealismo

Se Pasolini e Gibson avevano ambientato la loro passione di Cristo in Basilicata, Giovanni Columbu la trasporta in terra sarda inseguendo un neorealismo che trova la sua espressione tanto nella scelta dei luoghi quanto nella scelta di far recitare non attori, e addirittura alcune persone provenienti da centri di salute mentale. Originariamente pensato come un raccordo trasversale dei Vangeli degli apostoli, Su Re diventa invece poi il viaggio attraverso le tappe (l'ultima cena, la crocifissione) e i personaggi (Giuda, Pilato, Maria) di dodici ore salienti nella storia dell'uomo (cristiano) attraverso un doppio piano reale e onirico dove voci (in stretto dialetto sardo) e volti si mischiano e confondono nella percezione personale di una condanna universale. Il comune malvivente risparmiato in luogo di un "imbonitore che crea confusione", ovvero un potenziale dispensatore d'amore che spaventa. La parabola di Cristo (dall'avvento dei Re Magi fino al capannello di gente riunita per assistere alla sua morte) assume così l'aspetto umano e il suono verace di una condanna all'ignoto, consacrata dalla crocifissione di un innocente e filtrata attraverso l'identità e la peculiarità del popolo sardo.

Su Re Alla sua opera seconda Giovanni Columbu si cimenta con una rilettura ‘locale’ e originale della Passione di Cristo, trasportando la 'vicenda' nel pietroso scenario sardo e conferendogli una connotazione molto intima che si muove attraverso i volti duri e il suono ostico di parole dialettali. Nella scelta di un Cristo goffo e dai lineamenti asimmetrici Columbu insegue (e trova) il neorealismo di un racconto che trasuda sincerità e che, calato in una luce tenue e drammatica, ci parla di una passione ermetica e straziante che si apre e si chiude nel silenzio del sepolcro e viaggia attraverso la sostanziale inconsapevolezza e superficialità dell'uomo comune.

7.5

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