Recensione Southpaw - L'ultima sfida

Antoine Fuqua mette in scena la sua storia di redenzione puntando tutto su un'interpretazione magistrale di Jake Gyllenhaal, che non delude: la sceneggiatura però non lo supporta a pieno.

recensione Southpaw - L'ultima sfida
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Il Madison Square Garden è pieno di spettatori urlanti, di tifosi che trepidano, di persone che inneggiano al nome del campione mondiale di boxe categoria pesi medi, Billy "The Great" Hope. Nel camerino, Billy (Jake Gyllenhaal) è chiuso in se stesso e nella sua musica, mentre in religioso silenzio al di fuori del suo universo gira intorno a lui il suo mondo fatto di manager, guardie del corpo, allenatori e preparatori che eseguono un vero e proprio rituale. Bende, rinforzi, pelle, guanto per una mano e poi bende, rinforzi, pelle e guanto per l'altra - senza incoraggiamenti verbali, solo sguardi. Colpo dopo colpo sul ring Billy si conferma grande, istintivo e aggressivo, uno stile di combattimento incontrollato e bestiale figlio di una vita passata tra l'orfanotrofio e le celle del carcere minorile. La boxe non è altro che un disperato tentativo di controllare un istinto sublimato in professione, una rabbia che attraverso i guanti ed il ring viene arginata ma che al di fuori non riesce ad agire per il meglio. Scatta ad ogni provocazione, diventa un fianco scoperto, un punto debole che fa da miccia ad un'intensa esplosione nella vita di Billy e nel suo destino. Dall'altare alla polvere in una manciata di giorni stretti nel pugno di una mano, Southpaw segna un percorso di rivalsa che si traduce in un ultimo match che vale la carriera, la vendetta, la sconfitta di troppi demoni e la rinascita di un uomo nuovo.

Una celebrazione del trasformismo di Jake Gyllenhaal, il vero vincente.

Dietro una regia ed una sceneggiatura che premia la corporalità di un trasformato Jake Gyllenhaal, Antoine Fuqua si concentra sui dettagli fin dal primo fotogramma. Accarezza i tatuaggi, le cicatrici, la definizione dei muscoli del suo personaggio come se fossero loro stessi la storia che vuole raccontare, una storia fatta di sacrifici, di difficoltà e di solitudine. Billy Hope è un ragazzino orfano allevato in un istituto che si fa uomo a suon di cazzotti e cicatrici, che Fuqua non nasconde ma anzi celebra come se fossero marchi su un corpo modellato per l'occasione: Jake Gyllenhaal cambia totalmente registro rispetto al recentissimo Nightcrawler e si dimostra di nuovo attento e credibile nel suo estremo trasformismo, che passa dal look alla definizione del corpo fino al modo di respirare, muoversi e camminare. Una prova d'attore con lode, che probabilmente trascina - assieme a Rachel McAdams e Forest Whitaker, entrambi intensi nel loro sopportare e supportare Billy - l'intera pellicola e ne creano tutta la forza.

Qualche scivolone sulla sceneggiatura mostra una storia eccessivamente scontata

Il vero problema di Southpaw quindi non sta nelle interpretazioni, decisamente al di sopra della media, né nella regia - che fa delle soggettive, del dinamismo e dei dettagli i suoi punti di forza, riuscendo a non annoiare lo spettatore ma anzi coinvolgendolo soprattutto nelle battute finali. Ciò che incrina pesantemente il giudizio rimane la sceneggiatura, che espone una pellicola chiaramente derivativa e quindi indebolita dagli illustri predecessori, su cui perde parecchio nella narrazione. Le esplorazioni più interessanti riguardanti il passato di Billy Hope, il suo rapporto con la moglie, il dramma immediatamente successivo alla tragedia familiare vengono lasciate indietro per fare spazio ai cliché e alle frasi fatte e scontate, portando lo spettatore nelle condizioni di prevedere tutta la seconda metà del film. Il finale cade spesso nella trappola ricattatoria della lacrima facile, che Fuqua non evita ma anzi abbraccia con convinzione, rendendo le sue ultime scene parecchio al di sotto della prima parte, al contrario estremamente convincenti. La colonna sonora, presente e a volte quasi ingombrante per tutta la durata della pellicola, si fregia della collaborazione di grandi artisti: primo fra tutti Eminem, legato al progetto fin dall'inizio - il film infatti doveva essere un seguito di 8 Mile con lui protagonista, sostituito poi da Gyllenhaal. Nonostante i piccoli problemi e alcune sbavature, Southpaw si dimostra comunque un buon film di intrattenimento, che nel complesso riesce ad ogni modo a convincere senza troppe pretese.

Southpaw - L'ultima sfida Fregiandosi di grandi interpretazioni (Jake Gyllenhaal sopra di tutti, ma anche Rachel McAdams ed un intenso Forest Whitaker), Southpaw si dimostra un film intenso e coinvolgente, che si lascia guardare con piacere nel momento in cui non gli viene richiesto uno sforzo eccessivo. Nel complesso risente però di un'eredità troppo pesante da recuperare, che unita agli eccessivi cliché e ad alcune sbavature di sceneggiatura soprattutto nella seconda parte abbassano notevolmente l'intera qualità del prodotto, che rimane sufficiente ma non brillante.

6.5

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