Recensione Sin City: Una donna per cui uccidere

Bentornati a Basin City, la città del peccato di Frank Miller e Robert Rodriguez

recensione Sin City: Una donna per cui uccidere
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Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Basin City è, è sempre stata, e probabilmente sempre sarà un luogo estremamente pericoloso, un girone infernale nel quale sono rinchiuse migliaia di esistenze dannate nei modi più singolari. Una città del peccato nel vero senso della parola, dove nessuno è innocente e chiunque ha qualche conto da saldare. Come Johnny (Joseph Gordon Levitt), un giovane, fortunato e arrogante giocatore d'azzardo deciso a farsi un nome in città pestando i piedi dell'uomo più potente del circondario, il Senatore Roark (Powers Boothe). O la dolce Nancy (Jessica Alba), che sta uscendo di senno dal dolore per la perdita del fedele Hartigan (Bruce Willis). O ancora Dwight (Josh Brolin) che pensava di aver chiuso col passato e invece vede tornare a bussare alla sua porta il suo più grande e tragico amore, Eva (Eva Green), che lo trascinerà in una storia ai limiti. O, infine, Marv (Mickey Rourke), che si risveglia tutto intontito alla ricerca di risposte, e si ritrova inoltre a dare una mano a Nancy e a Dwight, facendo come al solito da collante e da jolly per tanti abitanti della città.

A Sin City o entri con gli occhi aperti... o esci con gli occhi chiusi.

Quando, nel 2005, arrivò nei cinema il primo Sin City fu un evento, nel bene e nel male. Di sicuro se ne parlò tantissimo: era la prima volta che Frank Miller arrivava con una sua creatura del tutto personale al cinema e, quando ancora i cinecomic non erano uno “standard” è stato anche uno dei primissimi titoli del fumetto d'autore americano a vedere una trasposizione non edulcorata sul grande schermo, diversi anni prima del dittico snyderiano di 300 (altra opera milleriana in origine) e Watchmen. I toni pulp e decadenti fecero impazzire alcuni ma infastidirono altri, soprattutto per il contesto così particolarmente sopra le righe con cui era stata affrontata la realizzazione del film, con acerbi mezzi di green screen, esagerazioni fumettistiche, pesante voice over e una fotografia in (relativo) b/n alla ricerca dell'incredibile espressività delle tavole originali del Maestro. I risultati furono per certi versi altalenanti, ma Robert Rodriguez aveva appena spalancato un portone verso un nuovo modo di intendere le trasposizioni fumettistiche al cinema.

La morte è proprio come la vita, a Sin City.

A quasi dieci anni dal primo episodio, divenuto ormai di culto, ecco arrivare un seguito o, per meglio dire, un'espansione alle tragiche vicende di Sin City con Una donna per cui uccidere, nuovamente realizzato dall'accoppiata Rodriguez-Miller riempiendo i “buchi” e ampliando le vicende con protagonisti Marv, Dwight, Nancy & co. Gli appassionati lettori dell'opera a fumetti ben sanno, difatti, che nel primo film gli eventi erano perlopiù presi dai volumi 1, 3 e 4, tralasciando il secondo capitolo, A Dame To Kill For, che diviene il fulcro delle vicende di questo nuovo film inframezzato da uno spezzone su Marv preso dal volume 6 e da due nuove storie, create da Miller appositamente per la pellicola e che vedono al centro uno spin-off con protagonisti l'ostinato Johnny e il Senatore Roark e il sequel della tragica vicenda di Nancy Callahan. Si tratta, in sostanza, di un mero more of the same con nuovi retroscena, che si porta in dote quasi tutti gli attori presenti nei film precedenti tranne un paio di forzate “sostituzioni eccellenti”.

"Sei l'unico che abbia mai amato"

Tra i pro dell'operazione c'è sicuramente l'eccezionale effetto stereoscopico, che abbinato al bianco e nero regala suggestioni a go-go e fa letteralmente prendere vita sullo schermo alla pagina disegnata. E per gli amanti dell'hard boiled, dei personaggi borderline e delle belle donne il nuovo Sin City è un invito a nozze: i personaggi sono più “cool” che mai e le grazie delle attrici sono dispensate a piene mani, tra una matura Jessica Alba e una carnale e magnetica Eva Green. E se a queste aggiungiamo altri “pezzi forti” come Rosario Dawson e Jamie Chung, diremmo che ce n'è davvero per tutti i gusti... ma queste sono tutte cose che sapevamo già e davamo per scontate. E, comunque, stiamo parlando di un pulp, non di un video di Playboy, quindi il soffermarsi sulle grazie delle attrici piuttosto che sulla psicologia dei personaggi non è un buon segno. Purtroppo, però, per il resto la storia fila via in maniera coinvolgente solo per la prima parte, per poi perdersi e girare un po' a vuoto. Il capitolo introduttivo non è funzionale e non c'entra il bersaglio come nel primo episodio della saga, mentre i due capitoli creati per l'occasione lasciano il tempo che trovano nonostante gli ottimi spunti. Abbastanza deludente anche il segmento principe dell'opera: le ingenuità di fondo del plot, sullo schermo cinematografico e a vent'anni dal loro concepimento, si notano molto di più e vengono ulteriormente appesantite da un eccessivamente reiterato sottotesto misogino fin troppo invadente e che ricorre per quasi tutta la durata del film. Gli uomini e le donne sono per la maggior parte interpretati secondo un certo canone che non fa loro molto onore, e questo, comunque, non fa riflettere ma infastidisce unicamente lo spettatore, visivamente compiaciuto ma emotivamente molto poco partecipe.

Sin City: Una donna per cui uccidere Sin City: Una donna per cui uccidere è un film ancor più controverso del primo. Tecnicamente si sono fatti passi da gigante ed è un piccolo spettacolo per gli occhi: il 3D è consigliatissimo perché aggiunge davvero molto all'atmosfera. D'altro canto, tuttavia, l'atmosfera è molto più fredda e patinata, e questo non vale solo per la fotografia ma anche per la storia, che non rimane addosso, non crea disagio, è quasi asettica nel suo presentarsi allo spettatore inseguendo (invano) l'espressività magna delle tavole a fumetti originali. Il grande potenziale, gli ottimi interpreti, l'efficiente macchina produttiva di Rodriguez (uno dei pochi che ancora oggi riesce a realizzare praticamente da solo un film con così tanti grossi nomi senza passare da Hollywood) nulla può contro l'insidia dell'essere fini a se stessi, senza aggiungere qualcosa di davvero significativo a quanto già avevamo a disposizione col primo lungometraggio.

6

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