Recensione Silent Hill: Revelation 3D

Welcome (back) to Silent Hill!

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

I meccanismi della paura hanno da sempre interessato i cineasti, che ne hanno analizzato origini, cause ed effetti, studiando nel corso degli anni e dei decenni i modi migliori per coinvolgere il pubblico e renderlo il meno distaccato possibile: abbiamo visto creature mostruose assetate di sangue e di vendetta, come anche orrori più sottili e impalpabili, ma altrettanto letali, conditi da tutta una serie di figure simboliche entrate, in un modo o nell'altro, nell'immaginario.
La stessa ricerca è stata condotta, naturalmente, nel campo dei videogiochi, rendendoli sempre più coinvolgenti mettendo il protagonista nelle mani del giocatore, rendendolo partecipe e responsabile della sua sorte, a differenza dei film del terrore nei quali, come tradizione vuole, i personaggi si infilano sempre nelle situazioni peggiori con un'ingenuità spesso disarmante, che incita gli spettatori a pronunciare il classico “Ma cosa stai facendo!!” ogni volta che la vittima di turno va incontro al proprio destino.
Prima che i videogiochi diventassero davvero spaventosi c'è voluto l'avvento della grafica poligonale, che ha portato una ventata di realismo in un mondo in cui i pixel, per quanto artistici, non incutevano davvero terrore. Tra i primi e più riusciti esempi del genere c'è naturalmente l'originale Alone in the Dark (1992), da cui tanti titoli hanno preso iniziale ispirazione, come Resident Evil, Clock Tower e, naturalmente, Silent Hill.
E, a ben vedere, è senza dubbio più terrorizzante e disturbante il setting della saga Konami che non quello del blockbuster Capcom, più votato all'azione e, ad ogni modo, legato ad un orrore sì mostruoso, ma infine terreno, dato che le mutazioni genetiche alla base delle creature assassine che lo popolano sono dovute alla mano dell'uomo e non vantano nulla di sovrannaturale.
A differenza, dunque, della creatura di Keiichiro Toyama, basata più sul mistero e sull'ineluttabile forza dei sentimenti umani e dei poteri paranormali.

"Ha visto la mia bambina?"

Un altro elemento interessante di Silent Hill, e qui ci avviciniamo al cuore pulsante dell'articolo, è che è un prodotto dalle chiare fascinazioni cinematografiche (e non solo). I riferimenti -spesso palesi e voluti omaggi- a maestri del cinema e della letteratura fantahorror si sprecano: ritroviamo ovunque echi di King, Carpenter, Lynch, Jodorowsky, Lyne e tanti altri, tenuti insieme dalla migliore scuola del “terrore” giapponese, quella che non spaventa tanto col sangue quanto con le fascinazioni disturbanti e psicotiche. Laddove SH è riuscito nel suo intento, dunque, di riportare il meglio del genere nei videogiochi e metterne al centro dell'azione i suoi fruitori, non altrettanto facile era il percorso inverso, portando la saga al cinema. Un onere toccato, nel 2006, a Christophe Gans, già autore di un discreto cinecomic, Crying Freeman, e a suo agio nelle atmosfere del pauroso e del fantastico con titoli all'attivo come Il patto dei lupi e Necronomicon.
Il risultato, per buona parte di critica, pubblico generalista e appassionati del videogioco originale, è stato più che positivo. Anzi, il primo film tratto da Silent Hill è stato da molti salutato come la miglior trasposizione su celluloide di un videogioco. Sicuramente il film di Gans aveva dalla sua un'atmosfera inquietante e curatissima, presa di peso dal gioco originale e nella quale i fan potevano sentirsi tranquillamente “a casa”. La cittadina di Silent Hill era resa alla perfezione, e altrettanto bene erano rese le creature, umane o meno, che lo abitavano, in tutte le sue “realtà”. La cenere che fluttuava in aria tra la nebbia, le chiassose sirene, il mondo che si trasformava in altromondo: tutto molto bello, e portato in scena con criterio, gusto e tanti citazioni al gioco, da un cast inoltre adatto e in parte. Peccato, tuttavia, distaccarsi in più punti dai binari della narrazione originale, portando poi avanti una storia tramite il passaggio in splendide e decadenti location alla ricerca dei vari deus ex per far procedere la trama: proprio come se fossimo in un videogioco, ma senza il dono dell'interattività, e quindi perdendo parecchio in coinvolgimento. Alcune sequenze risultano davvero ben realizzate, ma non tutto quadrava nel corso delle due ore e oltre di durata del film, che tuttavia segnò un punto a favore per la realizzazione di pellicole simili, pur non portando ad un'immediata serializzazione come nel caso, ad esempio, di Resident Evil.

Welcome (back) to Silent Hill

Del sequel se ne cominciò a parlare davvero solo nel 2009, anche se una serie di problemi ha tenuto il progetto in stand-by per molto tempo, almeno fino a quando Michael J. Bassett, regista noto perlopiù per il piccolo cult Solomon Kane, ha preso entusiasticamente le redini del progetto.
L'idea era quella di creare un sequel diretto del primo film, chiarendone il criptico finale e prendendo spunto, nella sostanza, dal terzo capitolo del franchise videoludico.
Scopriamo, difatti, che la piccola Sharon fece effettivamente ritorno a casa, dal padre Christopher (Sean Bean), anche se ciò costò il sacrificio della madre Rose (Radha Mitchell), rimasta intrappolata tra le nebbie di Silent Hill. Sono passati alcuni anni da allora e Christopher ha cambiato identità per cercare di sfuggire all'incubo dei ricordi e della persecuzione della setta che ha distrutto la sua famiglia quando Sharon era solo una bambina. Sono dunque diventati Harry ed Heather Mason, trasferendosi spesso da una città all'altra per far perdere le proprie tracce sia alla polizia che agli adepti del culto. Sharon/Heather conserva, per fortuna, ben pochi ricordi della spaventosa esperienza di Silent Hill, ma soffre di incubi ricorrenti che, alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, sembrano sempre più confondersi con la realtà. Quando suo padre scompare misteriosamente, probabilmente rapito e portato con la forza a Silent Hill, la ragazza deve affrontare i propri demoni interiori, sostenuta unicamente da una nuova e fortuita amicizia con un compagno di scuola, Vincent...

Silent Hill, some years later. L'approccio utilizzato da Bassett per questo sequel è tutt'altro che sbagliato: riprende giustamente le fila del primo capitolo, mettendo delle pezze sulle sue incongruenze col gioco e ne riprende le fila in maniera più organica, non potendo comunque fare a meno di modificare alcuni elementi della storia del gioco per adattarla ad un ritmo cinematografico.
I puristi della serie, ad ogni modo, non rimarranno delusi, e anzi ritroveranno, forse, ancor più riferimenti all'originale che nel capostipite (attenzione, tra l'altro, al finale, che offre due piccoli ma succosi spunti).
Curioso, ma lodevole, il fatto che si sia potuto contare sul ritorno di alcuni degli attori del primo capitolo (non solo Sean Bean ma anche Radha Mitchell e Deborah Kara Unger), ma anche che una delle new entry del cast sia Kit Harington, figlio illegittimo di Bean nel seguitissimo serial Game of Thrones. Al di là di questi trivia (no, non ve lo diciamo se almeno in questa serie di film Sean Bean rimane in vita!) è un piacere ritrovare nella pellicola Malcolm McDowell e Carrie-Ann Moss, insieme a un cast comunque ben assortito e funzionale.
Particolarità di SH Revelation è l'utilizzo -quasi scontato, di questi tempi, verrebbe da dire- del 3D. L'utilizzo sarà anche scontato, l'effetto, invece, decisamente no: gli orrori di Silent Hill prendono così vita in maniera claustrofobica ed efficace, soprattutto per quel che riguarda gli effetti ambientali, come l'immancabile cenere vagante. In tutto questo gioca un ruolo importante la fotografia, resa volutamente ora accesa ora 'sporca' e granulosa proprio per ricordare la grafica del videogioco originale, sempre mantenendo un'ottima resa filmica.
A questi elementi positivi va poi aggiunto, e non è cosa da sottovalutare, il fatto che il film faccia significativamente più impressione del primo episodio, per una questione di ritmi, tecnica e suggestione. In più punti non si fanno sconti sul gore, rendendo la pellicola più genuinamente orrorifica del primo capitolo, nonostante una narrazione meno statica e verbosa.
Eppure, qui risiede anche il più grande difetto del film: è in più parti frettoloso, con alcuni plot twist troppo subitanei per poter essere apprezzati a dovere. Certi passaggi della trama, certi personaggi (gli adepti del culto, in particolare), meritavano certamente maggior respiro, quando invece Bassett sembra voler rincorrere forsennatamente il treno degli eventi per paura di perdersi in dettagli. Peccato.

Silent Hill: Revelation 3D L'angosciante nebbia di Silent Hill torna ad invadere le sale cinematografiche in un film decisamente riuscito, per certi versi anche più del primo. “Spaventosamente” divertente, tecnicamente lodevole (anche nel distinto uso della stereoscopia) e abbastanza fedele -soprattutto visivamente- alla serie di ispirazione (in particolare al terzo episodio) pur restando coerente col precedente di Gans, la pellicola di Bassett fallisce solamente nell'eccessiva foga con cui fa procedere la storia, che non sempre garantisce adeguato sviluppo a situazioni e personaggi. Ad ogni modo, un film sicuramente meritevole, sia come trasposizione videoludica che come horror in sé.

7.5

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