Recensione Shining

Il classico di Stanley Kubrick ispirato al romanzo di Stephen King

recensione Shining
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Divergenze d'autore. Potremmo definire così le note schermaglie tra il re del brivido letterario Stephen King e Stanley Kubrick, uno tra i massimi registi di tutti i tempi. L'oggetto della questione è stata naturalmente la celeberrima trasposizione di Shining, ispirata per l'appunto all'omonimo romanzo di culto dello scrittore del Maine, il quale accusava il cineasta di averne realizzato una versione "fredda" e fin troppo distaccata narrativamente dalle pagine scritte. Non a caso nel 1997 King ha prodotto una miniserie tv assai più fedele alla fonte originaria ma di dubbia qualità artistica e con un cast improbabile (il nome più noto era quello della bella Rebecca deMornay) che dal punto di vista qualitativo non ha assolutamente nulla a che fare con il Capolavoro datato 1980. Un'opera stratificata e ricca di curiosità, la maggior parte sviscerate nell'interessantissimo documentario Room 237 (realizzato nel 2012 e distribuito in Italia direttamente per il mercato home video), incentrato sui significati nascosti inseriti da Kubrick e analizzati da esperti e fan del regista.

Overlook Hotel

In Shining Jack Torrance, insegnante disoccupato con ambizioni da scrittore, accetta di trasferirsi con la moglie Wendy e il figlio piccolo Danny in un enorme hotel di montagna, nel quale lavorerà per qualche mese come guardiano della struttura. L'edificio infatti per un periodo dell'anno rimane "inattivo" a causa dell'impervia strada che lo collega ai centri abitati, spesso impraticabile a causa delle fitte nevicate. Questo impiego a tempo è inoltre l'occasione perfetta per Jack di potersi rilassare e iniziare la stesura del suo nuovo romanzo. Jack, che ha accettato entusiasta l'incarico nonostante fosse venuto a conoscenza di una strage familiare che ebbe luogo nella struttura, inizia però dopo qualche settimana a mostrare segni di instabilità, mentre il figlioletto (dotato di strani poteri sensoriali conosciuti come "luccicanza") ha delle inquietanti visioni nelle quali gli appaiono due gemelline vestite di azzurro...

Odissea negli spazi

Riscrivere l'horror con una raffinata commistione di ispirata autorialità e una strizzata d'occhio al grande pubblico: un'impresa quasi impossibile per chiunque non rispondesse al nome di Stanley Kubrick. Il maestro della Settima Arte dà infatti vita a un film onnivoro, caustico e simbolico, capace di racchiudere al suo interno un'inquietudine costante e contagiosa che, sin dai primi minuti di prologo, riesce a scuotere e incutere un suggestivo e magnetico timore di quel che sarà da lì a venire, sfruttando al meglio la straniante colonna sonora di Wendy Carlos e optando per scelte registiche maestose nel loro impatto visivo. In uno spazio labirintico e dietro l'apparente enormità dell'ambientazione il regista riesce infatti ad intersecare nel migliore dei modi l'asfissiante solitudine che assale i personaggi e un'aura claustrofobica di inusitata ferocia emotiva, plasmando le sensazioni di chi guarda con una cesellata e diabolica "irriverenza". Le stesse sequenze ambientate in esterno sono fatte di riprese disorientanti che catapultano appieno nell'orrore cui si assiste; non a caso una delle scene madri ha luogo proprio nell'arboreo labirinto del quale è difficile trovare la via d'uscita: ennesimo elemento metaforico (ma in questo caso anche dannatamente reale) del disagio mentale del protagonista. Giochi simmetrici di rara efficacia rendono ogni sequenza (girata esaltando al massimo le potenzialità dell'innovativa Steadycam), stabilita magistralmente in principio, una piccola opera d'arte a sé stante e offrono adito a una complessa serie di studi sull'argomento. Dai giochi di specchi e di luci intersecati pure nel lessico (re drum, mantra ripetuto dal piccolo Danny il cui opposto è per l'appunto murder, ovvero omicidio) niente viene lasciato al caso, e anche quelle che possono sembrare invisibili errori e mancanze (la sedia di Jack che scompare nella prima sfuriata con la moglie) sono in realtà figlie di un piano ben più grande orchestrato in partenza. La frase ripetuta più e più volte da Jack sulla macchina da scrivere, a comporre una sorta di ripetitivo e lungo manoscritto (in italiano la suggestiva "Il mattino ha l'oro in bocca", in originale la più consona "All work and no play makes Jack a dull boy") aggiunge infine l'ultimo dettaglio prima che il male deflagri definitivamente e avvolga come una cappa l'Overlook Hotel. Thriller da camera contaminato con la più iconica vena horror, il terrore di Shining è come detto un tutt'uno con l'atmosfera dominante della narrazione, ma ciò nonostante le sequenze prettamente di genere fanno più volte capolino: dalle già citate apparizioni delle gemelle sino alla cascata di sangue che invade il corridoio dell'hotel, Kubrick gioca con un classicismo moderno improntato ad uno spettacolo visionario e magniloquente che non lascia indifferenti.

"Wendy, amore, sono a casa!"

Curiosa la disgressione temporale operata come precisa scelta narrativa per disorientare maggiormente lo spettatore: il racconto, che si dipana in Shining attraverso varie sezioni cronologiche, è in una progressione non lineare che viene enunciata dalle didascalie. Si parte infatti con salti improvvisi, in primis di mesi e giorni per arrivare infine alle ore, scaturendo un senso di claustrofobico impatto con la straripante parte finale, in una dissonanza cruciale e paradossalmente rivelatrice che trova "luogo" proprio nell'ultimissimo fotogramma. Finiamo così trascinati dalla latente ma incombente follia che assale Jack, con allucinazioni placide e inquietanti che gli offrono un senso alle gesta che ben presto lui si troverà a compiere, spingendolo definitivamente verso la perdita della ragione e di qualsiasi volontà. A tal proposito è stato ragionato ed efficace il casting, per quanto ne possa dire a riguardo Stephen King (che avrebbe voluto un altro grande attore come Jon Voight nei panni di Torrance). Se infatti è notevole la prova del piccolo (sei anni ai tempi delle riprese) Danny Lloyd, capace di offrire sfumature impensabili alla figura di Danny, e Shelley Duvall si mostra placidamente perfetta per la parte assegnatagli, è entrata nell'Olimpo la performance di Jack Nicholson, portatore sornione della latente pazzia mentale che l'attore riesce a far emergere progressivamente con una sconcertante naturalezza, ergendosi protagonista assoluto di potentissime scene madri elargendo battute di dialogo che sono entrate nella storia.

Shining Trasposizione libera (contestata dallo scrittore) del romanzo cult di Stephen King, Shining di Stanley Kubrick rimane uno dei tanti Capolavori del regista e uno dei più significativi film "di genere" elevati a perla d'autore che la storia della Settima Arte ricordi. Complice una messa in scena perfetta e ragionata, curata in ogni minimo dettaglio sia per ciò che concerne le ambientazioni che nel comparto tecnico (raggelante la colonna sonora), il film può inoltre contare sulla strepitosa performance di un Jack Nicholson che, lasciato a briglia sciolta, può scatenare definitivamente il suo folle istrionismo.

9.5

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