Cannes 2015

Recensione Sea of Trees

Gus van Sant tradisce le aspettative e diventa la prima vera delusione del concorso di Cannes, con un tema interessante e pieno di sfaccettature trattato in maniera scialba ed eccessivamente televisiva: quel che si dice un'occasione sprecata.

recensione Sea of Trees
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Jukai è un termine giapponese che significa, letteralmente, Sea of Trees ("mare di alberi"): è un altro modo di chiamare Aokigahara, ovvero una foresta di 35km² situata alla base del monte Fuji, in Giappone, famosa per essere un luogo principe di un'attività del tutto particolare, il suicidio. Da ogni parte del mondo le persone che non hanno più un motivo per vivere e vogliono abbandonare questo mondo si dirigono all'interno della foresta che viene definita, nei siti internet, "un luogo perfetto per morire". Anche Arthur Brennan (Matthew McConaughey) è deciso in tal senso, e si dirige in Giappone con in tasca solo un tubetto di pillole ed una busta chiusa, che si trascina anche all'interno degli alberi in un percorso che, esattamente come il suo biglietto aereo, vuole essere di sola andata.
All'interno della foresta tutto sembra surreale, grazie anche all'atmosfera creata dalla fotografia di Kasper Tuxen: il silenzio rotto soltanto dai passi di Arthur isola lo spettatore dalla strada, mentre davanti al protagonista si ritrovano gli stessi elementi che chi ha visto il documentario di Vice News, dedicato proprio ad Aokigahara, troverà estremamente familiari. nastri colorati, che servono a chi è indeciso di trovare l'uscita in caso cambiasse idea, oggetti appartenuti ai defunti, biglietti d'addio. Ed un cartello in più lingue piantato dal governo all'entrata per scoraggiare chi entra non volendo uscirne: "La tua vita è preziosa, pensa ai tuoi familiari: non sei da solo".

Buone le premesse iniziali, ma la narrazione si distrugge progressivamente

Probabilmente è proprio quel cartello l'eco su cui si costruisce l'intero nuovo lavoro di Gus Van Sant, perché da solo Arthur non lo è mai. incontra quasi subito Takumi (Ken Watanabe), un giapponese che ha le sue stesse intenzioni e forse i suoi stessi dubbi; con la scusa di chiedergli un aiuto per trovare l'uscita, Takumi lo accompagna in un viaggio alla ricerca dei suoi ricordi, delle sue motivazioni e di una nuova comunione con il vero motivo della sua presenza lì - la moglie Joan (Naomi Watts), perduta e poi ritrovata, ma mai realmente conosciuta. Nell'introdurre il suo personaggio inizia però per Gus Van Sant una discesa ripida senza possibilità di interruzione, che perde completamente il fascino della spiritualità della foresta per dilungarsi su una narrazione allentata piena di luoghi comuni, di retorica banale e di una messa in scena pesantemente artificiosa. I meccanismi che hanno portato Arthur al suicidio non sembrano mai convincere ma al contrario appaiono manierati, troppo scontati e comuni soprattutto nelle scene di racconto - alternate a quelle in foresta che, se all'inizio sembrano voler reggere il ritmo, si perdono completamente di fronte a quello che ormai appare solo come l'ennesimo "momento lacrime" di Matthew McConaughey.

Un passo falso comune, perfino per il premio Oscar Matthew McConaughey

Nemmeno l'attore principale purtroppo riesce ad uscirne a testa alta: dopo l'Oscar per Dallas Buyers Club sembra essere scattato in McConaughey il bisogno di ricercare continuamente una performance pretenziosa, arzigogolata, come se non riuscisse più ad accontentarsi ma cercasse continuamente di brillare e di elevarsi in ogni sua pellicola. Stavolta purtroppo il troppo stroppia, e la costruzione del suo Arthur risulta eccessivamente caricata soprattutto nella scena principale di apertura tra lui ed il personaggio di Ken Watanabe, che in molti ricorderanno al fianco di Leonardo di Caprio in Inception. Anche lui è fuori fuoco e decisamente sottotono rispetto alle sue performance solite, così come Naomi Watts - il cui ruolo di contorno non è altro che la sublimazione di tutto ciò che di sbagliato c'è all'interno della pellicola: tutto l'arco narrativo che si muove intorno a lei è infatti debole, pieno di cliché e perfino forzato nei momenti finali che sanno più di assurdo che di davvero coerente al resto del discorso.

La foresta dei sogni Del film di Gus Van Sant, alla fine, non rimane molto se non l’amaro in bocca di una retorica mandata giù a forza. I tempi di Elephant (palma d’oro in concorso a Cannes nel 2003) sono lontani: dodici anni dopo il suo primo concorso il regista torna di nuovo nella sezione più importante del festival fallendo miseramente i tempi ed i modi, lasciando lo spettatore con nessun’altra possibilità se non quella di rimpiangere l’acume e la potenza visiva di quel lavoro che precedentemente aveva illuminato lo stesso schermo. Sea of Trees non convince e rimane un’occasione sprecata, sia per il tema raccontato che per il potente cast, tutto poco sfruttato e decisamente sotto le aspettative.

4.5

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