Recensione Schegge di paura

Richard Gere è un avvocato penalista sulla cresta dell'onda che si trova a difendere un giovane disadattato accusato dell'omicidio di un arcivescovo in Schegge di paura, brillante esordio di Gregory Hoblit.

recensione Schegge di paura
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Martin Vain è un brillante avvocato penalista che sta vivendo il miglior periodo della sua carriera. Per dare un ennesimo slancio alla sua dilagante popolarità l'uomo decide di difendere il giovane Aaron Stampler, un chierichetto accusato di aver ucciso l'arcivescovo di Chicago il cui corpo è stato ritrovato in condizioni pietose. Tutte le prove sembrano andare contro l'imputato, a cominciare dal fatto che questi si trovava effettivamente sul luogo al momento del delitto fino ad arrivare ai vestiti e le scarpe sporche di sangue della vittima, ma nonostante tutto Vain è fermamente convinto della sua innocenza. La causa del pubblico ministero Janet Venable, ex-fiamma proprio di Vain, sembra andare verso una sicura vittoria ma il difensore scopre durante il corso del processo che Aaron soffre di disturbi di personalità multipla, elemento che potrebbe cambiare le intere sorti del procedimento a suo carico.

Presunto innocente

Un vero e proprio classico del filone thriller giudiziario degli anni '90 l'esordio sul grande schermo del regista Gregory Hoblit che già aveva fatto buone cose sul mezzo televisivo. Schegge di paura ha anche il merito di aver lanciato nel panorama hollywoodiano un giovane Edward Norton, anch'egli debuttante, la cui interpretazione gli fece vincere svariati premi e sfiorare l'Oscar. Basato sul romanzo Primal Fear di William Diehl il film è un perfetto esempio di cinema da tribunale pensato per il grande pubblico, con un cast di divi, una messa in scena elegante e patinata e quel pizzico di atmosfere torbide a dare un po' di pepe al racconto: in questo caso come elemento "scandalistico" sono state sfruttate le associazioni, assai comuni, tra la Chiesa e i casi di pedofilia, con tanto di ingerenze politiche a cercare di falsare il processo. La vicenda si muove su lidi abbastanza prevedibili fino a metà visione quando la rivelazione sulle condizioni psicologiche dell'imputato comincia a rendere il tutto più frizzante e incerto fino al colpo di scena nell'epilogo che si rivela perfetta macchina di spettacolo emotivo e morale, spingendo il pubblico a porsi domande sul reale significato e utilizzo della giustizia. Giustizia che in più occasioni è schiava di logiche di potere e aspirazioni personali, rapporto ben manifestato dalla relazione di amore-odio tra i due avvocati rivali, rappresentati con il giusto intenso fascino dagli ottimi Richard Gere e Laura Linney, pedine di un gioco più grande orchestrato da chi meno te l'aspetti. Hoblit coglie al meglio le sfumature intrinseche della sceneggiatura e del romanzo originale, lasciando qualche spiraglio ad un paio di sequenze più action-oriented e facendo sua la lezione dei capisaldi del filone nella lunga parte all'interno dell'aula di tribunale riuscendo a mantenere la giusta dose di interesse sino allo scorrere dei titoli di coda. E' indubbio che grande merito alla complessità dell'operazione risieda proprio nella giù citata performance di Norton, sublime nel doppio ruolo di timido balbuziente e bad-boy strafottente capace di condurre dalla propria parte lo spettatore, in questo caso letterale corrispettivo della giuria atta ad assolvere o condannare.

Schegge di paura Dinamiche bifronti dominano la logica narrativa di Schegge di paura, efficace legal-thriller che gioca tutto sulla contrapposizione di personaggi e personalità: dalla tormentata relazione tra Gere e la Linney, rispettivamente difesa e accusa del processo, sino al contrasto insito dentro la mente di un magnifico Edward Norton, i centoventi minuti di visione scorrono con la giusta dose di tensione emotiva in un alternarsi di menzogne e colpi di scena che traina la vicenda verso la più beffarda delle conclusioni. Hoblit firma un esordio quasi inappuntabile, brillando per immediatezza registica e sobria eleganza della messa in scena, riuscendo a infondere il giusto feeling a una vicenda solo apparentemente e inizialmente simile a tante altre.

7.5

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