Scappa: Get out, la recensione del thriller con Daniel Kaluuya

Scappa: Get out sfrutta l'idea di Indovina chi viene a cena? per rielabolarla in un contesto thriller sfociante nell'horror dal sapore antirazzista.

recensione Scappa: Get out, la recensione del thriller con Daniel Kaluuya
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Cosa sarebbe accaduto a Sidney Poitier in Indovina chi viene a cena? se, anziché essere accolto a casa dai coniugi Drayton, avesse trovato quali genitori della sua fidanzata Missy e Dean Armitage, rispettivamente con le fattezze di Catherine Keener e Bradley Whitford? Sarebbe sicuramente accaduto ciò che succede al giovane afro-americano Chris Washington alias Daniel"Sicario"Kaluuya dal momento in cui, appunto, fa conoscenza con i due il giorno in cui lo invitano nella loro tenuta fuori città, in quanto nuovo compagno della figlia Rose, ovvero Allison Williams. Perché è prendendo in maniera evidente spunto dal plot alla base del capolavoro diretto nel 1967 da Stanley Kramer che l'attore dalla carriera prevalentemente legata al grande schermo Jordan Peele mette in piedi il thriller dai risvolti horror Scappa: Get out, destinato oltretutto a segnare il suo esordio dietro la macchina da presa. Thriller che mira prevalentemente a costruirsi nel ristretto territorio rappresentato dal lussuoso terreno della coppia di nuovi suoceri, non poco ambigui fin dalla loro entrata in scena, nonostante la linda apparenza di benestanti a stelle e strisce.

Indovina chi muore a cena?

Del resto, man mano che il protagonista nota in giro per il posto persone di colore impegnate nei servizi casalinghi ma molto poco propense alla conversazione, non può fare a meno di crescere in lui e nello spettatore la sensazione di mistero. Una sensazione che il neo-regista si mostra tutt'altro che incapace di generare, lasciando intuire fin dai primissimi minuti l'intento anti-razzista dell'operazione ed affidando le uniche, piccole e tutt'altro che invadenti parentesi ironiche all'addetto alla sicurezza dei trasporti Rod, incarnato da un divertente Lil Rel Howery. Addetto alla sicurezza con cui Chris, suo amico, cerca di rimanere in contatto telefonico nel tentativo di trovare una via di fuga dall'incubo ad occhi aperti nel quale si ritrova catapultato, alimentato ulteriormente dall'arrivo di facoltosi individui presso l'abitazione. Aspetto che provvede, inoltre, ad accentuare i rimandi alla denuncia politica, tipica dei lavori del maestro degli zombie movie George A. Romero, sebbene sia in una celluloide di paura risalente ad un passato ancor più remoto che possiamo individuare i modelli di riferimento di Scappa: Get out. Modelli rientranti senza alcun dubbio in alcuni titoli concepiti negli anni Trenta da Victor Halperin, ma anche nel cosiddetto "orrore suggerito" che ha fatto da bandiera nel decennio successivo al produttore Val Lewton e al cineasta Jacques Tourneur; tanto più che, come in quei casi, si tende ad enfatizzare l'avvolgente atmosfera di tensione evitando il facile ricorso ad efferatezze ed effetti speciali. Infatti, un minimo di liquido rosso - con incluso un cranio scoperchiato - viene sparso esclusivamente nel corso della fase finale dell'insieme, caratterizzato da una lenta narrazione che, però, cattura dal primo all'ultimo fotogramma l'attenzione di chi sta visionando... sebbene un epilogo maggiormente pessimista lo avrebbe reso ancor più efficace nell'impresa di sensibilizzazione nei confronti degli eterni contrasti dovuti alle differenze di colore della pelle.

Scappa: Get out In un periodo storico in cui gli Stati Uniti d’America non hanno più al loro comando Barack Obama e, in generale, nel globo terrestre sembrano inasprirsi sempre più i conflitti di natura razziale, la Blumhouse Productions ha pensato bene di sfruttare l’argomento all’interno di Scappa: Get out, costruito come un thriller ma destinato a sfociare nell’horror. Ciò che viene fuori è uno dei migliori lavori creati dalla factory cui si devono, tra gli altri, i vari Paranormal activity e Insidious. La motivazione? Mistero, tensione e lenta attesa nei confronti della rivelazione finale appaiono gestiti sapientemente, spingendo contemporaneamente a sprofondare in non banali riflessioni sociologiche. Anche se la conclusione avrebbe necessitato di premere maggiormente sul pedale del pessimismo.

7

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